"Mistero”, la Terra non si riscalda più

La catastrofe può attendere

Il 7 dicembre 2009 su cinquantasei giornali di tutto il mondo venne celebrato il funerale della libertà di stampa e fu seppellita la scienza come congettura e confutazione. Era il giorno in cui a Copenaghen cominciava la quindicesima Conferenza internazionale sul clima, e la prima pagina di quelle cinquantasei testate pubblicò lo stesso, identico, editoriale: “Ci resta poco tempo. Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta”. Il 10 aprile del 2013, sulla prima pagina di Repubblica è apparso un articolo sul “mistero della Terra che non si surriscalda più”. Che cosa è successo in questi tre anni e mezzo?

La catastrofe può attendere

Il 7 dicembre 2009 su cinquantasei giornali di tutto il mondo venne celebrato il funerale della libertà di stampa e fu seppellita la scienza come congettura e confutazione. Era il giorno in cui a Copenaghen cominciava la quindicesima Conferenza internazionale sul clima, e la prima pagina di quelle cinquantasei testate pubblicò lo stesso, identico, editoriale: “Ci resta poco tempo. Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta”. Era il trionfo del pensiero uniforme in salsa apocalittica, sancito da quotidiani che avevano deciso di fare questo “passo senza precedenti” perché “l’umanità si trova ad affrontare una grave emergenza”. Andava in stampa l’apoteosi della pratica scientifica coatta: “La domanda non è più se la causa [del riscaldamento globale] sia imputabile agli esseri umani, ma quanto è breve il tempo che abbiamo a disposizione per contenere i danni”. E ancora: “Le possibilità che abbiamo di controllare [il clima] saranno determinate dai prossimi giorni”. Discorso chiuso, non c’era più niente da verificare. C’era fretta. Il quotidiano italiano che pubblicò l’editoriale era Repubblica, portabandiera, in quei giorni di frenesia climatica, del pensiero unico del giornalista ambientalista collettivo. Il discorso era il solito: le temperature aumentano esponenzialmente, i mari si innalzano, i Poli si sciolgono, le città verranno sommerse, i bambini moriranno di fame, la colpa è dell’uomo che produce CO2, e chi non ci crede è uno scettico, un negazionista.

Il 10 aprile del 2013, sulla prima pagina di Repubblica è apparso un articolo sul “mistero della Terra che non si surriscalda più”. Sono passati poco più di tre anni, eppure i toni apocalittici e sicuri di scienziati ed esperti sembrano un’eco distante: “Tra il 2000 e il 2010 100 miliardi di tonnellate di anidride carbonica sono finite nell’atmosfera – scrive Elena Duse su Repubblica – Ma la ‘febbre’ del pianeta è rimasta costante. La Terra resta più calda di 0,75 gradi rispetto a un secolo fa ma dal 1998 non ha registrato nessun aumento di temperatura, in barba a tutti i modelli climatici che prevedevano un riscaldamento continuo causato dall’effetto serra”. Pochi giorni prima era stato l’Economist a denunciare il “mistero”, con un articolo molto chiaro e poco ideologico nel quale ammetteva che sul clima troppe cose restano ignote, e che i dati in nostro possesso ci parlano di riscaldamento che non c’è più e che dunque “l’Apocalisse è rimandata”. Negli stessi giorni anche altri importanti quotidiani internazionali hanno cominciato a scrivere la stessa cosa, e chi fa attenzione a queste cose ha notato come negli ultimi mesi gli studi critici sull’origine antropogenica del global warming sono entrati nel mainstream, non più relegati nelle fogne del negazionismo né additati come venduti alle lobby del petrolio.

Che cosa è successo in questi tre anni e mezzo? Perché ciò che sembrava certo e indiscutibile – settled – ora è di colpo messo in discussione? La svolta è probabilmente avvenuta proprio nei giorni della conferenza di Copenaghen. Si arrivava da anni di bombardamento mediatico, politico, editoriale e cinematografico sui danni portati dalle emissioni di CO2 prodotte dalle attività umane. Il piccolo aumento – certificato – delle temperature globali nell’ultimo decennio del secolo scorso aveva fatto correre avanti la fantasia degli scienziati, fisici e climatologi, i quali applicando modelli matematici fatti al computer prevedevano un riscaldamento incontrollato del pianeta, con conseguenze gravissime. Ogni giornata di caldo oltre la media era salutato come presagio di sventura, ogni iceberg alla deriva nell’oceano come la sentinella dell’imminente scioglimento di Poli e ghiacciai, ogni nevicata un’eccezione che presto avremmo dimenticato (lo scrivevano i giornali inglesi nel 2000, ad esempio). Il pericolo era imminente, bisognava agire subito – act now era la parola d’ordine – e come in ogni giusta causa che si rispetti molti volti noti salirono sul carro vincente del catastrofismo responsabile: attori, politici e cantanti rispolverarono l’ambientalismo tanto di moda negli anni Settanta e cominciarono a spiegare al mondo che se non avessimo ridotto immediatamente le nostre emissioni il mondo avrebbe preso fuoco. Mentre il principe Carlo d’Inghilterra viaggiava con poca credibilità da una parte all’altra del globo con un jet ad altissimo tasso di emissioni per dire che restavano poche decine di mesi prima che la situazione diventasse irrecuperabile, l’ex vicepresidente americano Al Gore si costruì una nuova luccicante carriera. Sconfitto alle elezioni del 2000 da George W. Bush, si convertì all’ambientalismo spinto diventando scrittore di saggi sul pericolo del global warming e regista di un documentario sugli effetti catastrofici che l’innalzamento della temperatura avrebbe prodotto: nel pieno del fiume emozionale per la febbre del pianeta Al Gore vinse un Oscar e un premio Nobel per la Pace, equamente diviso con l’Intergovernmental Panel on Climate Change, organizzazione di scienziati voluta dalle Nazioni Unite per studiare i cambiamenti climatici. Qualche anno dopo i tribunali inglesi avrebbero vietato la proiezione del film di Gore – “Una scomoda verità” – nelle scuole del paese perché pieno di inesattezze scientifiche, ma ormai Al Guru – come venne ribattezzato dai suoi disistimatori – era una personalità internazionale con una credibilità indistruttibile (e un sacco di partecipazioni in aziende produttrici di energia pulita incentivate finanziariamente dal governo a parole green-friendly di Obama). Aveva di fatto fondato una nuova religione, parlava di lotta ai cambiamenti climatici come missione salvifica per l’umanità. Giornali e tv davano risalto a qualsiasi ricerca venisse pubblicata da qualsivoglia ricercatore universitario, purché redatto in chiave allarmista: il salto dello squalo era vicino, ma in pochi se ne rendevano conto. Rane a tre teste, gatti arrapati, meno circoncisioni, coccodrilli gender, meno attività sessuale, cervelli più piccoli e cannibalismo, la morte del mostro di Loch Ness, alcolismo diffuso ma meno birra per tutti (però di qualità migliore), la scomparsa dei vini francesi, più guerre in Africa, più verde e più deserti, meno cibo e più cibo, più ghiaccio e meno ghiaccio, pesci più grandi ma anche più piccoli, malattie psichiche e la-fine-del-mondo-come-lo-conosciamo, erano alcuni degli effetti che secondo queste ricerche il riscaldamento globale avrebbe causato. Il cortocircuito mediatico-scientifico sembrava inarrestabile: passò l’idea che l’Ipcc rappresentasse il pensiero della quasi totalità degli scienziati mondiali (là dove i climatologi veri e propri nel gruppo erano invece una piccola minoranza), e lo stesso Ipcc cominciò a semplificare le proprie conclusioni per farsi ascoltare. I politici vogliono risultati e soluzioni, o bianco o nero, non se ne fanno nulla dei dubbi o dei “non abbiamo ancora abbastanza elementi per dare una risposta definitiva”: nei riassunti per i media e i politici che l’Ipcc faceva dei propri report molti passaggi venivano eliminati, le conclusioni semplificate e virate là dove la politica aveva deciso che si doveva andare. In un saggio del 2008 intitolato “Cool it”, l’economista e “ambientalista scettico” norvegese Bjørn Lomborg spiegava bene il perché: molti leader mondiali avevano visto nel global warming “un’occasione per elevarsi al di sopra dell’irridente dibattito politico, vestendo gli abiti di filantropi e di statisti coinvolti nel grande tema della sopravvivenza del pianeta”. E ancora: “Il riscaldamento del globo è da tempo un tema perfetto. Perché permette loro di toccare argomenti grandiosi ma al tempo stesso vicini al cuore della gente, rende alcune tasse popolari e aiuta a relegare nell’ombra i veri costi della politica”. Tutto ciò ha molto appeal sulle folle, che arrivano anche a cantare, come durante una manifestazione ambientalista a Londra, cori così: “Che cosa vogliamo? Tasse sul biossido di carbonio! Quando le vogliamo? Ora!”. Bjørn Lomborg era uno dei pochi non allineati al pensiero comune ad avere voce e rilevanza nel dibattito. Nella dialettica muro contro muro che si era venuta a creare tra “catastrofisti” e “nagazionisti” (categorie inventate dai media, tanto per cambiare) la posizione dell’ex ambientalista militante Lomborg colpì per la sua ragionevolezza: mettiamo pure che sia vero il fatto che l’uomo con le sue emissioni sta cambiando il clima, diceva e dice tuttora Lomborg, ma siamo sicuri che le soluzioni radicali che vengono proposte siano veramente utili? Lomborg ribaltava le argomentazioni: invece che tagliare la produzione di petrolio o rottamare tutti i Suv, investiamo su nuove tecnologie più pulite che possano diventare presto concorrenti di quelle vecchie, prendiamo misure per adattarci ai cambiamenti climatici. I mari si innalzeranno? Forse è meglio costruire strutture per arginare questa eventualità che pensare di evitarla riducendo le emissioni. Emissioni sulla cui colpevolezza cominciavano intanto a emergere dubbi: il climatologo di fama mondiale e studioso delle nuvole Franco Prodi, spiegava a più riprese – anche sul Foglio – che non si poteva essere certi delle cause del riscaldamento globale, sempre poi che quest’ultimo stesse effettivamente continuando. Il clima dipende da troppe varianti di cui i modelli che prevedono disastri climatici non tengono conto. Sempre a ridosso di Copenaghen – che si rivelò essere l’ennesimo appuntamento fallito per “salvare il pianeta”, pieno di buone intenzioni e nulla più – ci fu lo scandalo conosciuto come Climategate: centinaia di email di scienziati noti in tutto il mondo per le loro posizioni allarmiste sul clima vennero hackerate e pubblicate sul Web. In questi scambi privati gli studiosi ammettevano di avere gonfiato i dati e truccato i grafici, e facevano capire, al di là della leggerezza di alcune battute, che la scienza assecondava un certo potere politico, e che per essere portata in palmo di mano dai governi doveva piegare i risultati in un certo modo.

Fu l’inizio del crollo. Nel giro di pochi mesi cominciarono a venire fuori tutti gli errori e le approssimazioni che l’Ipcc aveva commesso nei suoi report. Uno su tutti, la previsione del prossimo scioglimento dell’Himalaya, basato su un poco scientifico studio del Wwf e calcolato male. Le pernacchie a chi da tempo provava a dire che il warming non era così global finirono a poco a poco, e salvo un tentativo relativamente breve di spiegare all’opinione pubblica che adesso la questione non era più il “riscaldamento” (che nei fatti si era fermato da qualche anno) ma il “cambiamento”, il fronte allarmista cominciò a creparsi come un ghiacciaio in estate. D’altra parte il clima è sempre cambiato nella storia del pianeta, e se in lingua originale Groenlandia significa “terra verde” un motivo ci sarà. Nel frattempo però sono cambiati anche alcuni equilibri geopolitici, e sullo scacchiere internazionale paesi come Cina, India e Brasile (grandi produttori di CO2 e in crescita economica) hanno cominciato a far sentire la loro voce, mettendo in campo fondi e ricercatori per studiare meglio la questione climatica. Tra meno di un anno l’Ipcc pubblicherà il suo quinto report sui cambiamenti climatici, e quello che è stato anticipato fino a oggi è molto più cauto e meno definitivo di quanto veniva scritto nel famoso report del 2007. Nel frattempo vengono pubblicati studi che ribaltano le tesi sulla sensibilità climatica in voga fino a qualche tempo fa. La domanda che la scienza si pone da tempo è: quanto è collegato l’aumento della CO2 in atmosfera con l’aumento delle temperature? Non tanto quanto si pensava, a leggere gli ultimi studi. Che infatti prevedono per il futuro un aumento quasi impercettibile del riscaldamento. Guido Guidi, meteorologo e curatore del blog Climate Monitor, spiega che “il problema è la guida CO2centrica del clima, e sta emergendo che il clima non è CO2centrico”. Cosa che ci conferma anche Luigi Mariani, agrometeorologo e meteoclimatologo che insegna all’Università di Milano: “Bisognerebbe essere d’accordo sui dati. Poi si può dare l’interpretazione che si vuole, ma almeno sui dati dovremmo essere d’accordo. I dati sono quelli per cui dal 1998 le temperature sono stazionarie. Detto questo, noi sappiamo che il 51 per cento dell’effetto serra è dato dal vapore acqueo, il 24 dalle nubi, il 20 per cento dalla CO2. Un altro gas dichiarato terribile, il metano, pesa per l’1 per cento. E’ possibile che la CO2 guidi tutto? C’è chi sostiene di sì e chi sostiene di no”, ma non possiamo fingere che esista solo il biossido di carbonio. “Sappiamo per esempio che la circolazione dell’aria ha effetti importanti sul clima: le ultime due grandi carestie della storia furono causate da un cambio nella circolazione”, non dalla CO2. La realtà sta superando i modelli, questo è certo. I media non fanno che annusare l’aria e adeguarsi. Per questo Guidi, che dal suo blog analizza anche come viene raccontato il discorso sul clima, si defisce comunque “scettico”: “Diffido delle inversioni a U, si fa sempre in fretta a tornare indietro. Quel che è certo è che il sistema reagisce in modo diverso dalle previsioni”. Anche quelle sugli eventi estremi, tra l’altro: sempre l’Ipcc ha da poco pubblicato un report in cui definisce poco probabili le correlazioni tra attività umane e aumento dell’intensità degli eventi estremi come uragani o tempeste tropicali. Eventi che la vulgata cerca di far passare come sempre più numerosi, mentre i dati raccontano un’altra storia: aumentano i danni prodotti da questi eventi, ma solo perché è aumentata l’urbanizzazione nelle zone tradizionalmente colpite da essi.

Qualcosa è cambiato, e non è il clima. Improvvisamente a chi pubblica tesi un tempo censurate viene data (giustamente) dignità di autorevolezza scientifica, i giornali si adeguano al nuovo e cominciano a scrivere quello che per anni non hanno ammesso: del clima si sa ancora troppo poco, le osservazioni storiche che abbiamo sono insufficienti per dare risposte credibili e definitive sul tema, da più di dieci anni le temperature non aumentano nonostante tutta la CO2 che viene immessa in atmosfera.

In piena crisi economica ai governi non conviene spingere troppo su una costosa decarbonizzazione, le promesse sul clima e l’ambiente sono scomparse dai discorsi delle campagne elettorali. Pochi giorni fa il Parlamento europeo ha respinto la proposta della Commissione europea di congelare 900 milioni di tonnellate di quote di emissioni di CO2 per evitare una svendita nel momento in cui il prezzo è sceso molto in basso. I report scientifici, complice la realtà, si adeguano nei toni. Chi racconta queste cose pure. Nel 1998 la rivista scientifica Nature pubblicò uno studio che attribuiva il riscaldamento artico all’attività umana. Il professor Mariani con alcuni colleghi, applicando un modello diverso, ottenne risultati molto diversi. Spedì a Nature il suo studio, che passò la revisione di “arbitri” terzi. Il direttore di Nature non pubblicò lo studio: “Il pubblico non potrebbe capire – spiegò a Mariani – E comunque la nostra linea è un’altra”.

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