Inchiesta su un mezzo collasso

Il Corriere della sera e il falò delle sue vanità

Una deportazione. Se non capisci che muoversi da Via Solferino è una deportazione, non puoi capire nulla del Corriere della Sera”. La “deportazione” è il trasferimento della redazione del giornale più influente d’Italia, diretto da Ferruccio de Bortoli, dalla storica sede nel centro di Milano alla periferia nord-est della città, via Angelo Rizzoli, tre palazzi e una torre ideati da Stefano Boeri a due passi dal parco Lambro. Là c’è già un bel pezzo di Rcs Mediagroup, ci sono i periodici con la loro triste fama di essere un buco nero di perdite (“Ora che l’azienda ha annunciato che venderà o chiuderà dieci testate, secondo te chi è che vorrà più metterci un euro di pubblicità, in questi zombie?”), i Libri, la pubblicità, i new media e gli uffici di staff.

Il Corriere della sera e il falò delle sue vanità

“I Padroni dell’Universo erano alcuni bambolotti di plastica lividi e rapaci con i quali sua figlia, altrimenti perfetta, amava giocare. Avevano l’aspetto di divinità nordiche che sollevano pesi e si chiamavano Dracon, Ahor, Mangelred e Blutong. Erano insolitamente volgari, nonostante fossero giocattoli di plastica. E tuttavia un bel giorno, in un’esplosione di euforia, dopo aver sollevato il telefono e aver preso un ordine di obbligazioni che gli aveva fruttato cinquantamila dollari di commissione, proprio così, sull’unghia, quella definizione gli era germogliata nel cervello. A Wall Street lui e alcuni altri… quanti?… trecento, quattrocento, cinquecento?… erano diventati proprio questo: Padroni dell’Universo. Non c’era… un limite! Naturalmente non aveva neppure sussurrato questa definizione ad anima viva. Non era uno sciocco. Eppure non riusciva a togliersela dalla testa”.
(“Il falò delle vanità”, Tom Wolfe, 1987)

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Una deportazione. Se non capisci che muoversi da Via Solferino è una deportazione, non puoi capire nulla del Corriere della Sera”. La “deportazione” è il trasferimento della redazione del giornale più influente d’Italia, diretto da Ferruccio de Bortoli, dalla storica sede nel centro di Milano alla periferia nord-est della città, via Angelo Rizzoli, tre palazzi e una torre ideati da Stefano Boeri a due passi dal parco Lambro. Là c’è già un bel pezzo di Rcs Mediagroup, ci sono i periodici con la loro triste fama di essere un buco nero di perdite (“Ora che l’azienda ha annunciato che venderà o chiuderà dieci testate, secondo te chi è che vorrà più metterci un euro di pubblicità, in questi zombie?”), i Libri, la pubblicità, i new media e gli uffici di staff. C’è ancora tanto spazio, un palazzo intero, quanto basta per ospitare i giornalisti del Corriere e della Gazzetta dello Sport. Ma loro non si vogliono muovere.

Il trasferimento da Via Solferino è la sintesi dello scontro tra la redazione del Corriere e la proprietà del gruppo, uno scontro sui numeri e sui simboli che rivela la crisi di Rcs Mediagroup: non si tratta del logorio tra tanti azionisti – “una catena di comando lunga, tanti interlocutori, almeno a Repubblica la governance è snella”, sospirano – che operano in un settore in crisi; non è la solita anomalia del Corriere con il suo Patto di sindacato, i tanti azionisti che, nel tempo, hanno cercato di imporsi uno sull’altro, condizionando il gruppo e il quotidiano, senza mai preoccuparsi davvero di fare gli editori. Non è una storia già vista: c’è chi parla addirittura di “concordato preventivo in arrivo”, pure se è difficile immaginare che qualcuno voglia davvero prendersi la responsabilità di far fallire il Corriere della Sera. Ma se tutti considerano inevitabile un bailout di Rcs, chi lo pagherà? Nessuno lo sa, però alla redazione di Via Solferino non importa nemmeno trovarla, una risposta. In un momento in cui razionalità vorrebbe che, per salvare il posto di lavoro, i giornalisti fossero disposti a qualche sacrificio, si scopre che no, ci sono valori non negoziabili.

Abbandonare la sede storica di Via Solferino non è soltanto un crollo della qualità della vita, non significa soltanto rinunciare ai pranzi al Rigolo, il ristorante dei giornalisti del Corriere, che con i suoi cartelli artigianali, gialli a fiorellini, annuncia che a Pasqua e a Pasquetta è aperto, capretto arrostito per tutti; non significa soltanto rinunciare al menu milanesissimo, fegato di vitello al burro compreso, della Latteria, che sta proprio di fronte all’entrata degli uffici in via San Marco, un palazzone giallo che è la “parte nuova” della struttura ed è già una mezza città fantasma; non significa neppure soltanto rinunciare alla mensa, dove si mangia alla grande. Nella storia del Corriere l’eccellenza è talmente legata al luogo, a Via Solferino, che la regola vale anche per il cibo: la società che rifornisce le due mense di via Rizzoli è la stessa, eppure là serve pranzi orrendi. Spostarsi non è soltanto un imbarbarimento (“non c’è un posto decente dove andare a mangiare!”, “esci dalla metropolitana e fai dieci minuti di strada nel far west!”, “c’è un unico supermercato che però chiude dalle 13 alle 15, inutile!”), spostarsi è perdere l’immagine, è perdere la tradizione – spostarsi è perdere l’anima.

“Lei aveva ragione. Il Padrone dell’Universo era mediocre, marcio. E anche bugiardo”.

L’amministratore delegato di Rcs, Pietro Scott Jovane, ha annunciato un piano triennale di ristrutturazione lacrime e sangue, “quel che la Merkel fa con il resto dell’Europa, per intenderci”: austerità pura, rigore nei conti, tagli drammatici. E il rilancio? Più avanti ci si penserà, forse – replica fedele di quanto la governance europea ha fatto all’inizio della crisi dell’euro, salvo poi accorgersi che senza strategia per la crescita nemmeno il rigore più estremo può avere successo. I numeri del piano sono corposi: un risparmio di 80 milioni in tre anni, 800 persone considerate in esubero, di cui l’80 per cento in Italia (il resto in Spagna), così distribuiti: 270 in via Rizzoli, 110 giornalisti dei periodici (su circa 250, di cui buona parte nelle dieci testate messe in vendita o, se non si trova un acquirente, da chiudere: Novella 2000, Visto, A, Max, Astra, Ok Salute, Bravacasa, L’Europeo, Yacht & Sail e le testate dell’enigmistica), 110 giornalisti al Corriere (su circa 350), tra 30 e 40 giornalisti alla Gazzetta (con i quali si è arrivati a un accordo che prevede anche la riduzione degli stipendi), 100 poligrafici. Gli amministrativi sono terrorizzati: loro non sono come i giornalisti, che appena li tocchi scatenano campagne di stampa devastanti, loro si sentono già sacrificati.

Gli esuberi del Corriere sono quasi un terzo della redazione, abbastanza per “sfigurarla”, come dice al Foglio il comitato di redazione (cdr). Ma quel che pesa non è soltanto l’orrore all’idea di perdere soldi e benefit (“i benefit non sono benefit, fanno parte della retribuzione”, sottolinea sempre il cdr), è il senso di ingiustizia. “Noi andiamo bene” è il ritornello lacrimevole di questa storia, “il gruppo perde un sacco di soldi ma noi andiamo bene. Non si fa che parlare della crisi del Corriere, ma il Corriere non è in nessuna crisi, il Corriere va bene”.

All’ultimo consiglio d’amministrazione, mercoledì, presieduto da Angelo Provasoli, sono stati esaminati i risultati preliminari consolidati del 2012: i ricavi sono in calo rispetto al 2011, il margine operativo lordo si è più che dimezzato, e le prospettive per il 2013 non sono rassicuranti: “I primi due mesi del 2013 hanno evidenziato uno scenario macroeconomico in peggioramento rispetto a quanto previsto a livello europeo a fine 2012”, dice il comunicato del consiglio. Le perdite a settembre del 2012 erano di 381 milioni di euro, ora sarebbero a 400, e pesa sulla resistenza dell’azienda un indebitamento di 880 milioni di euro (parte del debito, circa 700 milioni, scade entro il 2013). Per questo il consiglio d’amministrazione ha proposto un aumento di capitale di 400 milioni – “necessari per salvaguardare la continuità aziendale” – entro il luglio del 2013, e altri 200 milioni entro il 2015, per un totale di 600 milioni, che ancora non si sa se sarà approvato né se e da chi sarà sottoscritto. Ma il Corriere avrà un margine operativo lordo (ricavi meno costi redazionali, prima degli ammortamenti, dei costi finanziari e delle tasse) “nero”, come specifica il cdr. Il dato del margine operativo lordo, che è il primo margine industriale, è in calo: nel 2011 era di 40 milioni, nel 2010 di 70, per il 2009 di 100 e per quest’anno è stimato attorno ai 15 milioni di euro. Un nero sbiadito, certo, ma nero. Eppure il contributo che il Corriere deve dare per tenere in piedi il gruppo è alto, “ci è richiesto di raddoppiare la reddittività in un anno, il 2013, in cui il mercato è calante”: solo a gennaio la pubblicità è scesa del 30 per cento.

Il senso di ingiustizia si sposa all’indistruttibile spirito di conservazione che caratterizza i giornalisti del Corriere. Dino Buzzati ricordava il suo ingresso nella sede del giornale: “Oggi sono entrato al Corriere. Quando ne uscirò?”. Non si esce davvero mai dal Corriere, questo è il quotidiano storico dell’Italia, salendo le scale di Via Solferino 28 ci sono in fila, gradino dopo gradino, i volti che hanno reso grande il quotidiano e il paese, “quelli della terza pagina”, Giosuè Carducci, Grazia Deledda, Luigi Pirandello e tutti i nomi più importanti della letteratura del Novecento. Questo è il giornale del paese alfabetizzato, del sogno liberale, dell’establishment mondano e cosmopolita: non è un quotidiano, il Corriere, è un’istituzione. Qui ci si sente i Padroni dell’Universo del giornalismo, perché questa è la riserva editoriale della Repubblica italiana.

Piero Ostellino, ex direttore del quotidiano negli anni Ottanta, fa parte di quei “vecchi corrieristi” che non possono immaginare il Corriere se non in Via Solferino, dice che “la forza di un paese e di un’istituzione è la tradizione”, tanto più per un giornale che in quella sede c’è dall’inizio del Novecento e “che ha attirato il fior fiore degli intellettuali e della cultura italiana”: il circolo virtuoso che ha reso grande il Corriere è stato determinato da un sistema di retribuzione più che dignitoso, “se il sogno di tutti i giovani giornalisti, anche oggi, è venire al Corriere è grazie all’attrazione esercitata dal lavorare in un posto influente, prestigioso, dove si è ben pagati”. L’eccellenza costa, ma quel costo non si può abbattere senza darle nuova linfa, se inizi a credere che anche Via Solferino può essere ceduta – dice Ostellino – allora hai già ammesso che quel circolo virtuoso non esiste più, e il Corriere sarà tramortito.

Ma quei costi, che servono a tenere alta la capacità professionale dei giornalisti e il loro essere o sentirsi il numero uno, sono diventati nei decenni lussi leggendari, liti contrattuali sulla tipologia di monovolume da acquistare, note spese in cui tutto era permesso, e tutto includibile: bollette telefoniche da migliaia di euro per scaricare video e film; corsi di danza, di violino, di taglio e cucito; stage di formazione trascorsi alle Seychelles con tutta la famiglia e corsi di aggiornamento spesi in lavastoviglie e macchine per il caffè nuove. Fino a pochi anni fa, non c’erano controlli, le note spese venivano approvate per inerzia, e se qualcuno alzava la voce si rispondeva citando Indro Montanelli – arma di distruzione di massa in molti ambienti, figurarsi al Corriere – quando era stato contattato dalla redazione durante una vacanza a Cortina e, indispettito, aveva inserito tutto il soggiorno nella nota spese. Da qualche anno i controlli sono diventati più stretti, e l’azienda ha cavillato su alcune voci di spesa, ma delle contestazioni arrivate ai giornalisti del Corriere nessuna è finita in qualche forma di rimborso.

Naturalmente la pratica del lusso non è soltanto appannaggio dei virtuosi giornalisti del Corriere: ci sono stati i tempi d’oro del giornalismo, gli anni in cui anche gli editori pensavano che il massimo del potere fosse conquistabile espandendosi in tutti i settori dell’editoria e allargandosi in molti mercati, e i giornalisti ricevevano trattamenti da star. In un’intervista in cui spiegava il perché della chiusura dell’edizione cartacea di Newsweek, la direttrice Tina Brown ha detto: “Quando ho guardato i documenti della vendita, mi sono sembrati le vestigia del grande galeone che Newsweek è stato. Era come il relitto del Titanic nel film di James Cameron: vedi gente nuotare attraverso le stanze e vedi i candelabri. Così ogni tanto giri un angolo della redazione e vedi un candelabro – cose come pranzi privati! C’è stata un’èra in cui nella redazione c’erano salette da pranzo private”.

Erano altri tempi, ma certo è che se Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, le due firme del Corriere che hanno partorito e animato l’attacco alla casta che ha tenuto banco negli ultimi anni determinando molti dei fenomeni politici recenti, si fossero applicati ai loro colleghi, avremmo avuto di che divertirci. Perché nei corridoi del Corriere e appena fuori se ne sentono di pazzesche (nulla di verificato, sia detto, un colossale chiacchiericcio circonda i guadagni dei giornalisti del Corriere, cosa che non avviene con i giornalisti di altre testate, e un motivo dev’esserci), come i compensi agli editorialisti, parecchie migliaia di euro a commento, come gli stipendi favolosi per i direttori di alcuni periodici che, nonostante le tante risorse a disposizione, ora sono tra le testate in cessione-chiusura, come i precari che arrivano alla sera a fare le chiusure, tipo gli schiavi che lavorano di notte.

Il risentimento cova anche all’interno del gruppo, “tra colleghi”. I dipendenti che da sempre sono in via Rizzoli non amano sentirsi trattati come i colleghi di serie B e dicono che i fighetti di Via Solferino potrebbero smetterla di sentirsi i “Masters of The Universe” del giornalismo italiano e scendere a patti con una realtà molto meno scintillante di quella in cui amano sentirsi immersi (secondo le ultime indiscrezioni, in realtà, le brutte notizie continuano a essere quelle relative ai periodici: pare che i cinque-sei acquirenti che avevano mostrato qualche interesse per il pacchetto delle dieci testate si siano dileguati, una volta guardati bene i conti e le reazioni dei giornalisti, e che il destino sia sempre più la chiusura). Ma il complesso di via Rizzoli non è poi così male, in fin dei conti: non è il centro di Milano, certo, ma c’è l’asilo nido aziendale, ci sono i corsi di yoga, di tonificazione muscolare, di zumba, e pure se le salette in cui ci si ritrova per ridurre la cellulite sono piuttosto deprimenti, non c’è da lamentarsi. In mensa non si mangia bene, ma forse anche quello è un invito a mantenersi in forma, e al posto del traffico del centro di Milano si sentono i coccodè delle galline che schiamazzano negli orti che circondano un lato della sede, con le loro geometrie precise e i teloni di plastica per l’inverno (non immaginatevi nulla di bucolico, però: ci sono stradoni, palazzoni, per coprire le macerie dell’ex fabbrica in cui erano stipati i dipendenti prima della costruzione del nuovo complesso è stata addirittura creata una finta facciata in compensato, un palazzo bianchiccio, che fa da sfondo alla “corte di via Rizzoli”, una scenografia costata decine di migliaia di euro).

Sul dibattito della “deportazione” sono circolate mail tra i giornalisti di Rcs che si sono trasformate in malignità in formato digitale. Da New York una corrispondente del Corriere ha sottolineato che anche il New York Times ha dovuto spostarsi di sede, e che non ci sono stati drammi identitari, anzi la sede storica del quotidiano è diventato un simbolo di Manhattan (in una parte del palazzo ora si vorrebbe sistemare al Jazeera, tra l’altro). Il paragone non è esattamente calzante: i giornalisti del New York Times si sono spostati di poco, sull’ottava tra la 40esima e la 41esima, in un nuovo grattacielo disegnato da Renzo Piano, non proprio come finire a passeggiare nella pausa pranzo con le zanzare al parco Lambro, rimirando il San Raffaele. Ma le critiche alla corrispondente non sono entrate nel merito, “taci tu che stai sulla 57esima” è la cosa più carina che le è stata scritta. Anche dalla redazione di Roma ci sono stati inviti ai colleghi milanesi a non intestardirsi troppo su questa storia della sede, e da Milano è stato gentilmente risposto ai romani di occuparsi degli affari loro, “andatevene a Tor Pignattara e poi ne riparliamo”.

“‘Col cazzo!’, gridavano gli uomini di Yale e gli uomini di Harvard e gli uomini di Stanford. ‘Co-ol caz-zo!’”.

I giornalisti del Corriere sanno argomentare bene la loro resistenza, e le motivazioni sono spesso impeccabili. S’oppongono alla “deportazione” forse per disprezzo nei confronti della periferia deprimente, ma hanno i numeri dalla loro parte. Per vendere la sede di Via Solferino, che comprende anche tre piani di parcheggio sotterraneo, è necessario cambiare la destinazione d’uso dell’immobile, ma la pratica costa 4 milioni di euro e quindi non è ancora stata istruita. Dieci anni fa sono stati spesi 70 milioni di euro in ristrutturazione: il progetto è stato curato dall’architetto Vittorio Gregotti e tra vetrate e ammodernamenti gli uffici sono stati riempiti di scrivanie e librerie De Padova, lampade Flos che oggi sono ancora lì, abbandonate in molti degli uffici rimasti deserti. Soprattutto,il mercato è fermo: acquirenti disposti a spendere 250 milioni di euro – questa è la stima dell’immobile – non se ne sono presentati. Il risparmio dato dalla “deportazione” è stimato dal cdr attorno a 5-10 milioni di euro, una briciola rispetto ai soldi che i soci dovrebbero mettere per ripianare le perdite. Come se non bastasse, gli edifici in via Rizzoli non sono di proprietà del gruppo, ma di tre fondi immobiliari, quindi Rcs, che ha la proprietà di Via Solferino, deve invece pagare l’affitto in via Rizzoli (e lo paga anche nel building di destinazione dei giornalisti del Corriere della Sera, che è praticamente vuoto). La vendita di Via Solferino, insomma, non risolve i guai economici del gruppo ma infligge un danno di immagine irreparabile al Corriere: è evidente che dietro alla “deportazione” c’è altro.

Così il cdr del Corriere ha deciso di svelare i misfatti del gruppo: con sei anni di ritardo rispetto ai fatti oggi contestati, i giornalisti hanno realizzato che il management tagliava sulla cancelleria e intanto si portava via la cassaforte. La reazione aggressiva del cdr ha reso la sempiterna nostalgia per il mitico Raffaele Fiengo, capo storico del cdr dagli anni Settanta che ha negoziato molti dei benefici dei giornalisti che ancora oggi vincolano l’azienda e che i maligni chiamavano lo “Zampognaro”, un reperto archeologico. Non ci saranno leader così riconoscibili, il cdr sarà pure “una galassia di personalità” senza più una coesione di lotta, ma è preciso come un cecchino. I comunicati pubblicati il 6,7,8 marzo scorsi erano ben più che atti d’accusa contro gli azionisti e il management: sembravano piuttosto degli esposti alla magistratura. Raccontano nei dettagli quel che è accaduto nel 2007 con l’affare Recoletos, oggi noto come il più grande errore commesso da Rcs Mediagroup – errore catastrofico, errore fatale.

Fino al 2006 il gruppo Rcs “era una società in attivo, con un utile netto di 219 milioni e indebitamento praticamente zero”, scrive il cdr. Poi è arrivata la sbornia spagnola, che allora aveva fascino e credibilità: non si faceva che parlare del sorpasso iberico sull’Italia. Recoletos, editrice tra l’altro del quotidiano economico Expansion e del quotidiano sportivo Marca, era un’azienda editoriale di proprietà della Pearson (editrice del Financial Times), aveva 272 milioni di debiti, ed era stata acquisita nel 2004 da Retos Cartera, una finanziaria alla quale partecipavano anche Andrea Bonomi (ora consigliere di amministrazione Rcs), Jaime Castellanos, presidente di Recoletos e di Lazard Spagna, e Joaquin Guell, allora direttore finanziario di Recoletos e oggi vicepresidente di Lazard Spagna. Retos Cartera aveva acquisito il 79 per cento di Recoletos per 743 milioni di euro (941 il valore presunto del 100 per cento). Il presidente Jaime Castellanos era all’epoca già cognato di Emilio Botín, presidente del Banco Santander.

Nella ricostruzione del cdr inizia a questo punto una trama che porta dritta al Patto di sindacato di Rcs, e in particolare alle manovre della Fiat, secondo azionista del Patto dopo Mediobanca. Botín era amico di Luca Cordero di Montezemolo, allora presidente della Fiat, ma soprattutto era a capo di quella Santander che aveva acquisito Antonveneta per poi rivenderla al Monte dei Paschi di Siena, con un’enorme plusvalenza. Cioè attraverso Botín sono passati molti degli affari finanziari che hanno definito gli assetti bancari e di potere d’Italia, mentre tutti erano impegnati a farsi rimbambire da quella musichetta idilliaca che allora faceva sembrare la Spagna il nostro piccolo grande amore.

La prima volta che l’offerta arriva sul tavolo di Rcs, il valore di Recoletos è pari a 700 milioni di euro e per l’allora amministratore delegato, Vittorio Colao, il prezzo non è giusto. Si aprono grandi discussioni, soprattutto sull’eventuale forma di finanziamento da adottare per l’operazione: Colao vuole acquisire parzialmente a debito e per il resto con mezzi propri (quattrini degli azionisti), e non considera l’offerta del tutto convincente. Ma quando Colao se ne va da Rcs, dopo aver litigato con buona parte dei suoi interlocutori, e arriva Antonello Perricone, l’affare torna a essere strategicamente conveniente: Rcs acquista il 100 per cento di Recoletos nel 2007 a 1,1 miliardi, anche se per il controllo naturalmente le bastava il 51 per cento, “con un perimetro aziendale ridotto (non c’è la testata free press Qué)”, rispetto al prodotto acquisito da Retos Cartera tre anni prima. Il pagamento è avvenuto contraendo quasi esclusivamente nuovi debiti.

L’analisi finale che il cdr del Corriere ha regalato ai lettori l’8 marzo, alla vigilia del consiglio di amministrazione che doveva decidere l’aumento di capitale, è senza appello: “Un rapporto di Deutsche Bank datato 8 febbraio 2007 qualificava così i rischi per Rcs dell’operazione Recoletos: ‘Investimenti pubblicitari più deboli delle previsioni attuali: un declino superiore al previsto della redditività; crescita dei costi del lavoro; sovrapprezzo nell’operazione di acquisizione e fusione’. L’operazione appariva problematica perché, secondo Deutsche Bank, il prezzo di 1,1 miliardi era comunque spropositato”.
Nonostante l’atto d’accusa esplicito del cdr, al consiglio d’amministrazione dell’8 marzo non è stato deciso il tanto atteso aumento di capitale: gli azionisti hanno preso altro tempo, anche se la ricapitalizzazione è necessaria per rientrare nei parametri di legge (quando il capitale scende sotto i due terzi del suo valore statutario, la ricapitalizzazione è dovuta per legge) e soprattutto per le trattative in corso per il rifinanziamento del debito in scadenza. E’ già tardi per la rinegoziazione: è inusuale arrivare così vicini alla scadenza di un debito tanto pesante senza aver già concordato il rinnovo, e nel frattempo, a causa di Lady Spread, il tasso di rifinanziamento è aumentato, dal 2 al 6 per cento, rendendo le condizioni ancora meno favorevoli ai debitori. Il ruolo delle banche è decisivo: Intesa Sanpaolo ha finanziato Rcs per 300 milioni, Ubi per 200, Unicredit per 110 e poi da Bnm, Bpm e Mediobanca. Per ristrutturare il debito sono state create tre nuove linee da 575 milioni – gli altri 225 saranno rimborsati con l’aumento di capitale – ma Unicredit avrebbe deciso di partecipare soltanto, per la sua parte, a una sola tranche del debito, cosicché verrebbero a mancare 50 milioni da parte della banca presieduta da Giuseppe Vita (il quale si è dimesso mercoledì dal consiglio d’amministrazione di Rcs). La ritrosia di Unicredit è determinata dal fatto che la banca, come molti altri dentro e fuori la redazione del Corriere, ha sposato la linea dura sull’aumento di capitale: 600 milioni, tutti e subito. La proposta del consiglio d’amministrazione di Rcs è più cauta e prevede una dilazione nel tempo della seconda tranche. Ora tocca all’assemblea dei soci approvare la ricapitalizzazione e poi i soci potranno esercitare i loro diritti d’opzione. L’obiettivo del Patto di sindacato di Rcs è salvaguardare il controllo dell’azienda, che a oggi è al 58 per cento, ma non è detto che ce la faccia.

“Tutti per uno e uno per tutti, e molto per se stessi”.

E’ opinione condivisa che il Patto di sindacato di Rcs non avrà lunga vita. La modifica non è all’ordine del giorno, come ha ripetuto di recente anche John Elkann, presidente di Fiat: il Patto scade l’anno prossimo assieme al contratto del direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli, ma già in autunno potremo comprare i pop corn e goderci lo spettacolo della rinegoziazione. Al momento il Patto controlla il 58 per cento del gruppo: Mediobanca detiene il 23,5 per cento delle azioni vincolate dentro al Patto (è il primo azionista del Patto, ma la leggenda vuole che il motto a Mediobanca sia “distacco”: “Non avviciniamoci troppo al Corriere, potremmo cadere innamorati”), segue Fiat con quasi il 18, Gruppo Fondiaria-Sai con quasi il 13, Pirelli con il 9, Intesa Sanpaolo con quasi l’8,5 e a scendere Generali, Sinpar, Merloni, Mittel, Eridano Finanziaria ed Edison. Fuori dal Patto – è questa la meraviglia: la liquidità sta tutta fuori – i due soci più importanti sono Diego Della Valle, presidente e amministratore delegato di Tod’s, con quasi il 9 per cento, e Giuseppe Rotelli, l’imprenditore nel settore della sanità che con il 16,5 per cento (sul 13 per cento ha il controllo diretto, sul 3,5 indiretto) è in assoluto il primo azionista di Rcs.

L’esistenza del Patto di sindacato è considerata da molti un retaggio del feudalesimo, una soluzione pre-capitalista che rende non contendibile un’azienda che avrebbe bisogno del mercato per sopravvivere, soprattutto in questo momento. Il tasso di litigiosità tra i paciscenti (scusate il termine, volgarmente sono definiti “pattisti”, ma non suona meglio) è al di sopra di ogni immaginazione, le alleanze si fanno e si disfano con facilità, a seconda dell’occasione e dell’interesse. A tenere uniti tutti, per ora, però ci sono stati i 107 milioni di dividendi distribuiti tra il 2007 (anno dell’acquisto di Recoletos) e il 2011, nonché la resistenza a mettere risorse nuove nel capitale aziendale.

Diego Della Valle, che è uscito dal Patto di Rcs un anno fa dopo aver fatto, in passato, di tutto per entrarci, dice di essere disposto a contribuire all’aumento di capitale (e lui è molto liquido), a un’unica e irremovibile condizione: che si sciolga il Patto. Della Valle si è lanciato contro “le guide spirituali” del gruppo che hanno rimandato a lungo un intervento – quello della ricapitalizzazione – considerato da tutti inevitabile e urgente, e per guide spirituali il capo della Tod’s intende un po’ tutti, ma soprattutto Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, “l’arzillo vecchietto” che Della Valle vorrebbe rottamare, e presto. Bazoli ha ottant’anni, ed è il “grande vecchio” del sistema finanziario italiano: dentro al Patto di Rcs è il custode di una gestione del potere che riconduce agli anni in cui c’era ancora l’Avvocato Agnelli e il Corriere si poteva definire il “giornale della classe dirigente” senza poi guardarsi e dire: ma che classe dirigente? La classe dirigente era univocamente definibile, sul letto di morte l’Avvocato aveva chiesto a Bazoli di prendersi cura del Corriere, e la tradizione appariva per sempre salvaguardata. Ma la posizione di Bazoli è oggi strutturalmente in fase discendente, non soltanto per questioni di età, ma anche perché, a differenza degli “azionisti industriali” all’interno del Patto, Bazoli è il rappresentante di un’istituzione bancaria che già si tormenta sulla sua successione.

L’indebolimento del ruolo di Bazoli porta dritto all’indebolimento di De Bortoli, direttore del Corriere. De Bortoli è al suo secondo mandato da direttore (la prima fase risale agli anni 1997-2003, è poi tornato nel 2009 e il suo contratto scade nel 2014, anche se si sa che i direttori sono licenziabili sempre) e ha negli anni affinato l’arte di destreggiarsi tra gli interessi dei vari azionisti e la loro volontà di “fare i titoli”, come si dice in gergo, cioè decidere concretamente che cosa viene pubblicato – o è pubblicabile – sul Corriere. Tanti editori, sostengono gli ottimisti, significa nessun editore, e questo va a vantaggio dell’autonomia del direttore. Ma accade anche e soprattutto il contrario, e cioè che le pressioni si moltiplichino, si intreccino, si modifichino e che la direzione del quotidiano debba saper interpretare quel che accade, e reagire di conseguenza.

L’anomalia che da sempre caratterizza il Corriere e il suo rapporto con gli azionisti ora si è scontrata con la crisi finanziaria e del settore editoriale, e così sono venuti fuori i limiti degli azionisti di Rcs, che sono poi i limiti del capitalismo italiano. La situazione finanziaria del gruppo dovrebbe rendere l’azienda contendibile, ma il Patto preserva interessi consolidati al di fuori delle logiche di mercato, e questo oltre a disegnare nuovi scenari di fantapolitica e di fantapotere porta a un’unica, grave conseguenza: servono i soldi e nessuno vuole metterli. Di più: molti non ce li hanno più, da mettere. Ma non vogliono nemmeno che li metta qualcun altro, come quelle mogli che sanno tutto delle corna dei loro mariti, ma continuano a portare fiere il cognome da sposate e a ostentare i vantaggi d’immagine correlati.

“Padroni dell’Universo! Il ruggente boato riempì l’anima di Sherman di speranza, fiducia, spirito di corpo e rettitudine”.

L’annuncio della ricapitalizzazione di 400 milioni entro luglio ha creato scalpore e domande. Il primo passo è l’approvazione, nell’assemblea dei soci, della proposta fatta dal consiglio d’amministrazione: per un esito positivo sono necessari i due terzi dei voti dei soci presenti, e i soci presenti alla prima convocazione devono essere almeno il 50 per cento dell’assemblea. Una volta ottenuta l’approvazione, l’aumento di capitale deve essere sottoscritto. La famiglia Benetton, che detiene circa il 5 per cento delle azioni di Rcs, è intenzionata a non sottoscriverlo, pure se non vuole vendere la sua partecipazione – secondo alcune fonti vicine alla famiglia, non ci sono dichiarazioni ufficiali – anche perché ai prezzi correnti non sarebbe conveniente: la loro posizione risulterebbe, dopo l’aumento, semplicemente diluita.

“Diluizione” è la parola chiave di questa fase, perché riassume i cambiamenti nell’assetto proprietario che si verrebbero a creare a sottoscrizione completata. Sempre ammesso che poi la ricapitalizzazione avvenga, perché sono in molti a dire che questa è una fase preliminare, una proposta, non è detto che poi si arrivi all’obiettivo. In particolare se sono più i soci contrari o che vogliono sfilarsi di quelli che sostengono l’aumento di capitale. Carlo Pesenti di Italcementi ha il problema di dover giustificare un eventuale contributo a Rcs di fronte ai dipendenti che stanno invece patendo la cassa integrazione e politiche di tagli corpose. Per questo pare che sia intenzionato a non sottoscrivere la ricapitalizzazione, e questo porterebbe a una diluizione delle azioni all’interno del Patto. Anche su Paolo Merloni circolano voci simili, soprattutto dopo che ha votato contro il piano per “la trasformazione del gruppo” all’ultimo consiglio d’amministrazione. John Elkann ha più volte fatto richiami al “senso di responsabilità” e alla volontà di “stare vicini all’azienda”, e all’appello per ora hanno risposto Mediobanca, Intesa Sanpaolo, Fondiaria Sai e Giuseppe Lucchini che però controllano meno del 40 per cento del capitale. Tra gli indecisi compaiono invece Generali e Pirelli. Se la diluizione – che a questo punto sembra sempre più una malattia pericolosa – contagia anche i soci del Patto, è evidente che è a rischio il Patto stesso, e il suo potere di controllo sull’azienda. Il socio meno convinto di tutta l’operazione, a partire dal piano di ristrutturazione, sarebbe però Rotelli (che non era presente al consiglio d’amministrazione di mercoledì) che è il primo azionista di Rcs ma sta fuori dal Patto. Se dovesse non sottoscrivere, chi si prenderebbe la sua fetta nell’aumento di capitale? E perché Rotelli non si fida più delle possibilità future del gruppo?

“Quando fu al portone, la verità lo colpì. Con la sua stupidaggine, incompetenza e fifa era riuscito a perdere la sua ultima speranza. Ahi! Padrone dell’Universo”.

Diego Della Valle è il più martellante e irriverente nel dichiarare la morte prematura del Patto di sindacato. Il capo di Tod’s ha lasciato il Patto l’anno scorso (“è stato cacciato”) e da allora non fa che invocarne la cessazione, brandendo un’arma affilata e mortale: volete salvare l’azienda?, io i soldi posso metterli, ma a quel punto le decisioni non le prendete soltanto voi pattisti. L’attivismo di Della Valle è visto con apprensione e sospetto, non soltanto perché potrebbe utilizzare la ricapitalizzazione per scardinare gli equilibri esistenti, ma anche perché molti sospettano che non stia agendo da solo. Alcuni fanno il nome di Francesco Gaetano Caltagirone, banchiere e azionista di maggioranza del Messaggero e del Mattino, che vorrebbe espandere il suo gruppo editoriale anche nel nord Italia e che ha già collaborato con Della Valle su altri fronti in passato. Ma se delle alleanze del capo di Tod’s molti non si fidano, quel che è certo è che il capitalismo senza soldi non può sopravvivere in tempi di crisi: persino l’adagio di Enrico Cuccia sulle azioni che si pesano, non si contano è stato superato. Le azioni si contano eccome, soprattutto perché, come dice Guido Roberto Vitale, che è stato anche presidente di Rcs, “una società editrice multimediale ha il dovere di produrre profitti”. Ma il Patto di sindacato “è paralizzato, un po’ come il Partito democratico di fronte ai cambiamenti in corso nella nostra società”. Se l’azienda deve fare i tagli, i tagli si faranno anche con l’opposizione dei giornalisti e del loro sindacato, che “certo non è un agente di cambiamento, ma anzi sposa una visione retrograda del mondo dei giornali”. Tutti i media tradizionali sono destinati a ridimensionarsi, “il tempo del Corriere come grande centro di potere è finito”, conclude Vitale.

Le logiche di potere faticano a cambiare. Come i giornalisti non vogliono rinunciare ai loro integrativi, così gli azionisti non vogliono rinunciare alle loro rendite di posizione, pure se il danno finale ricade sulla stessa Rcs. Basta ricordare il trattamento riservato a Stefano Ricucci e ad Alessandro Proto quando hanno tentato l’assalto al Corriere per capire che non c’è alcuna volontà di fare un passo indietro. Ma anche il passo in avanti è difficile, e in questo stallo finiscono molte delle domande rimaste senza risposta. Come cambierà il Patto? E quale sarà il peso specifico del Corriere nell’informazione italiana se dovesse perdere i blasoni dei suoi azionisti? Il centro del potere sta cambiando forma, i mutanti non hanno un volto, ma i big del Patto non vogliono farsi spaventare da Della Valle né da tutti i soci che fanno resistenza per la sottoscrizione.

Il più agguerrito è John Elkann, e infatti la “paura di Torino” risuona anche nei comunicati del cdr del Corriere. Come capita spesso con le paure, le argomentazioni dei giornalisti non sono razionali, anzi forse si teme qualcosa che nemmeno esiste, ma quelli che “Torino non ci ama” non si fidano del cambiamento che un maggior attivismo di Fiat nel Patto di sindacato potrebbe avviare. Prima delle elezioni parlamentari del febbraio scorso, si era parlato di un piano di ristrutturazione per il gruppo Rcs che prevedeva il conferimento della Stampa al gruppo Rizzoli, attraverso la concessionaria della pubblicità Publikompass, con l’eventuale coinvolgimento di un partner straniero, in particolare dell’editore tedesco Axel Springer. L’operazione non ha preso forma – c’è stata una ferma opposizione di Bazoli – per i suoi limiti dal punto di vista industriale (“non è che se unisci due giornali deboli ne fai uno forte”) e per quelli dal punto di vista finanziario: Fiat avrebbe partecipato alla ricapitalizzazione di Rcs senza mettere denaro (e infilandoci magari i debiti della Stampa), mentre tutti chiedevano a gran voce “soldi freschi”.

Pure se quest’ipotesi di fusione non è stata valutata nel dettaglio, la “paura di Torino” non è passata. I rumors redazionali dicono che c’è poco da fidarsi di un azionista che ha ormai la maggior parte dei suoi interessi all’estero, così come c’è poco da fidarsi di un azionista che è dentro al Patto con una società, la Fiat, che ha una marea di cassaintegrati nei suoi stabilimenti italiani: come può giustificare ai suoi dipendenti stremati un aumento di capitale in Rcs, nel giornale dell’élite e dell’establishment? Qualcuno si lancia anche in interpretazioni psicologiche della leadership di Elkann, con riferimenti banali al peso del nonno e al desiderio del giovane di essere al tempo stesso rivoluzionario e garante di continuità. Più semplicemente vince la paura del cambiamento in sé, tipica dei luoghi più conservatori, quelli dove i privilegi si sono ammonticchiati nel tempo, quelli dove il cambiamento non è mai considerato un’opportunità, ma soltanto una perdita. La casta, appunto.

“‘Lo so, Bernie. Voglio soltanto incastrare quel tale. Poi potremo rilassarci e fare quel che è giusto’”.

Tra via Solferino e via Rizzoli c’è una grande nostalgia per Vittorio Colao, che è stato amministratore delegato del gruppo dal 2004 al 2006: i suoi fan scandiscono gli elogi con sospiri offesi. “Le pare possibile – dice Guido Roberto Vitale che aveva lavorato con Colao in Rcs, “proprio anni belli” – che, una volta andato via da Rcs, nessuno in Italia abbia voluto offrire un posto a un manager di questo talento che di lì a poco sarebbe diventato amministratore delegato di Vodafone, la più grande compagnia telefonica nel mondo occidentale?”.

Un talento incompreso, mandarlo via è stato “un errore che tutti dovrebbero avere l’umiltà di ammettere”, rincara Cesare Geronzi, ex dominus del sistema finanziario italiano tra Banco di Roma e Generali e ora presidente della Fondazione Generali. Colao aveva una visione strategica per Rcs che non aveva troppo a che fare con i rapporti di potere tra l’azionariato e il management, ma piuttosto con il prodotto editoriale. Assieme all’ingegner Aldo Bisio, direttore generale dei Quotidiani appassionato di Pirandello, Colao aveva pensato un piano di ristrutturazione per il Corriere che puntava a valorizzare il ruolo e l’eccellenza del quotidiano in un futuro che, per il settore editoriale, appariva già piuttosto cupo. “Ma poi l’hanno fatto fuori” – sospiro. C’è anche da dire che il manager ha litigato con buona parte dei suoi interlocutori, e certi sgarbi non restano impuniti.

I dipendenti sono divisi: Colao è “quello che ha voluto via Rizzoli”, con le galline e le zanzare, se non ci fosse stato lui, quello sarebbe rimasto il cimitero dei periodici, nulla di più, in ricordo di quel che Rizzoli diceva di sé, come ha scritto Giampaolo Pansa ne “La Repubblica di Barbapapà”: “Quasi sempre mi sento solo. Non ho amici, non ho padrini, non ho alleati. Penso di continuo a una frase che ho letto in un libro del poeta francese Paul Valéry: ‘Un uomo solo è sempre in cattiva compagnia’”. Colao è però anche quello con ambizioni da grande gruppo internazionale, con una sede moderna, fuori dal centro ma con tutto quel che serve, dal fruttivendolo al corso di pittura, rilancio urbanistico compreso. A guardarsi intorno tanta ambizione sembra eccessivamente visionaria, ma persino l’annuncio spiccio dell’eventuale cessione di Via Solferino è sembrato una vendetta postuma contro il sogno di Colao: i manager attuali non si sono preoccupati di invogliare i redattori a lasciare la vecchia Milano con la promessa di essere i pionieri della Milano del futuro anche se, messa così, la “deportazione” sarebbe apparsa meno frustrante. Si dà il caso che pure i manager preferiscano Via Solferino: in via Rizzoli si vedono poco, e la sala del Consiglio bellissima e dispendiosa al 17esimo piano della torre è quasi sempre inutilizzata (l’ultimo consiglio s’è tenuto qui, stranamente, “per riservatezza”, ma più probabilmente per non correre il rischio di imbattersi in un giornalista del cdr del Corriere). Doppia sede e doppi uffici, naturalmente, con frequentazione assidua del centro di Milano e consigli d’amministrazione spesso scarni, con note spese esorbitanti. I membri del consiglio che stanno fuori sede a volte tornano trafelati dai fine settimana lunghi in montagna e si fanno pagare il trasferimento, per non parlare dei pernottamenti al Four Seasons. E una volta a Milano, non vorrai andare laggiù, in via Rizzoli?

“Sai la favola del pipistrello? Le bestie e gli uccelli erano in guerra. Quando stavano vincendo le bestie, il pipistrello diceva di essere una bestia, perché aveva i denti. Quando stavano vincendo gli uccelli, il pipistrello diceva di essere un uccello, perché sapeva volare. Per questo il pipistrello non si fa vedere di giorno. Nessuno vuole guardare le sue due facce”.

L’amministratore delegato Jovane è arrivato l’anno scorso da Microsoft Italia con l’aria da tecnico, anche se la sua nomina è stata voluta “dai torinesi” (Jovane non ha voluto rilasciare commenti per questo articolo) e tocca a lui rendere operativo il piano di tagli più amaro della storia. Jovane ha 45 anni, ha vissuto un po’ ovunque nel mondo, ha un trullo in Puglia, due figli, è uno smanettone di software e si apre la portiera dell’auto da solo: appena arrivato a Rcs ha adottato la strategia del “sono uno di voi” e si è fatto vedere spesso in mensa in via Rizzoli, ma ha smesso quasi subito (l’abbiamo detto che si mangia male, sì?), soprattutto dopo aver detto, semplificando, che dei giornalisti non gliene frega niente, non c’è privilegio che non possa essere sacrificato sull’altare dell’efficienza dei costi. Il cdr dei periodici (escluso Oggi, che ha un cdr a sé) ha già minacciato una causa per attività antisindacale – la Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) sostiene che queste cause sono gol a porta vuota, si vincono sempre – ma visto che Jovane ha tirato dritto ha pensato a un piano alternativo da presentare, che comprende i contratti di solidarietà. Il difetto principale dell’amministratore delegato è quello di non avere esperienze del mercato dell’editoria, e dello spicchio così particolare rappresentato dall’editoria italiana. “E’ un po’ come un Visitor”, ironizza Geronzi, e come tutti i Visitor è lì in visita, poi passerà la mano a qualcun altro. E’ tutto a tempo ormai, in Rcs.

L’annuncio del numero di esuberi al Corriere – 110 – arrivato lunedì 18 marzo ha determinato uno sciopero del quotidiano durato due giorni. Dopo il cdr e il direttore si sono incontrati, e De Bortoli ha ribadito anche al Foglio la sua posizione: “Voglio ricondurre le parti al tavolo di negoziato, e ho messo in chiaro un punto: non firmerò mai una lettera di cassa integrazione”. Sorride, non c’è nemmeno bisogno di fare la domanda, “non mi dimetto” è già la risposta: De Bortoli vuole restare a garanzia della redazione e preparare un piano alternativo a quello deciso dall’azienda. La sua decisione non prende di sorpresa quasi nessuno, c’è chi lo definisce “l’uomo dei paletti”, il direttore che già in passato s’è schierato dalla parte dei giornalisti: soltanto tre anni fa si fece garante di una soluzione soft alle prime avvisaglie della crisi, con i pensionamenti volontari. La dimostrazione definitiva dell’alleanza con il cdr è rappresentata da quei comunicati-inchiesta su Recoletos, che De Bortoli non ha bloccato. Tecnicamente il direttore non ha alcun potere di impedire al cdr di pubblicare i suoi comunicati, a meno che non contengano insulti espliciti, ma è facile immaginare che il direttore sottoscriverebbe quanto è stato esplicitato dal cdr. Così come si sa che, se il Corriere dovesse essere davvero trasferito da Via Solferino, De Bortoli non andrebbe con lui, “è come lasciare la bandiera”.

Non sempre l’immaginazione è però utile, con De Bortoli: sia lui sia Paolo Mieli, i due “animatori” del Corriere negli ultimi vent’anni, hanno doti amletiche, nessuno sa dire veramente come la pensano. Il cdr non sembra angustiarsi, il direttore non dorme la notte ma c’è poco da autocommiserarsi: o l’azienda toglie di mezzo questo piano d’austerità con tagli di 32 milioni di euro in tre anni ai costi redazionali o non c’è alcun tavolo di negoziato pensabile. De Bortoli deve mediare tra questa posizione e quella dell’azienda, e risolvere limiti tecnici non irrilevanti: non è più possibile ricorrere ai prepensionamenti, perché i fondi per finanziarli quest’anno sono finiti (e indovinate chi si è preso gli ultimi spiccioli? La Stampa di John Elkann, naturalmente), e il pensionamento di quanti hanno raggiunto i requisiti riguarda al massimo una ventina di giornalisti.

Sul futuro di De Bortoli il mondo si divide in due: c’è chi dice che, con l’esperienza del Corriere che ha, il direttore è l’unico in grado di gestire questa fase delicata, l’alleanza con il cdr è la sua polizza assicurativa così come la consapevolezza che non c’è in giro tanta gente disposta a prendersi la briga di trattare con i giornalisti del Corriere. C’è chi dice l’esatto contrario, cioè che l’alleanza con i giornalisti sarà la sua tomba, e se è vero che i pesi del potere dentro al Patto pendono più verso Elkann che verso Bazoli, buona parte degli azionisti non avrà alcun interesse a facilitare il lavoro a De Bortoli.
A questo punto s’innesta un’altra grande fetta di rumors, che per molti è ben più di un vociare: il piano B di Torino, la sostituzione di De Bortoli con il ticket, vicino a Elkann, Mario Calabresi-Giulio Anselmi. Anselmi, si dice, ha il cuore di ghiaccio e un’arte cinica per le ristrutturazioni (una Merkel al maschile, più o meno), ed è la figura che servirebbe in un momento di lacrime e sangue, per fare il lavoro sporco e poi passare la mano a Calabresi, attuale direttore della Stampa, che è da sempre dato come prossimo direttore di Via Solferino e raccoglie informazioni sulle firme del Corriere con metodica insistenza (di recente sul critico musicale Paolo Isotta). Certamente far circolare il nome di Calabresi con tanta e tale puntualità è anche un ottimo modo per bruciarlo, e non è che quel che si dice nei corridoi del Corriere (smistato con sapienza all’esterno) abbia un valore specifico decisivo: è costume della redazione iniziare a dire “eh ma adesso se ne va” di qualsiasi direttore, anche dopo poche settimane dalla nomina.

La manovra di Torino è considerata plausibile, ma sui tempi e sulla fattibilità circolano ragionamenti cervellotici. Secondo alcuni, anche le sorti del Corriere della Sera sono, in questi giorni, nelle mani del Quirinale: l’instabilità di governo, o un governo a tempo, vanno nella direzione dello status quo anche per Via Solferino. E lo status quo favorisce la tenuta dell’attuale direzione. Allo stesso tempo, altre fonti dicono che Bazoli stia lasciando passare un messaggio esplicito negli ambienti finanziari, anche a livello internazionale: la tanto agognata stabilità per l’Italia, che potrebbe contenere l’irrequietezza dei mercati, potrebbe essere garantita da un presidente della Repubblica come Romano Prodi. In questo modo Bazoli si sentirebbe rafforzato, in un momento in cui il Patto di sindacato di Rcs dovrà per forza essere modificato.

“Le sagome agitate erano braccia e torsi di uomini giovani, pochi di loro erano oltre i quarant’anni. Tutti si erano tolti la giacca e si agitavano concitatamente, sudando già di prima mattina”.

Il piano di austerità annunciato dal top management di Rcs mette in secondo piano la strategia di sviluppo. “Così un’azienda la ammazzi”, dice Ostellino, “prima bisogna pensare a come sarà il Corriere tra dieci anni, bisogna avere una progettualità, se si inizia soltanto con i tagli, la qualità del prodotto è destinata a crollare, e così la possibilità di aumentare la redditività”. Anche il cdr è molto sensibile alla questione: “Se c’è un piano di rilancio a tre anni, siamo disposti a collaborare”, dice. Sono già state fatte alcune proposte in passato, riprendendo dossier che erano stati abbandonati (il cdr è stato rinominato nell’autunno scorso), ma alla vigilia del consiglio d’amministrazione, mercoledì mattina, il cdr ha pubblicato un altro comunicato, con tre domande: “Siete sicuri di volervi assumere la responsabilità storica di smantellare questo patrimonio unico dell’informazione, della cultura e anche dell’industria italiana?”; “Perché, anziché parlare di tagli, non date la precedenza ai progetti che puntano a sviluppare il business sulle nuove piattaforme digitali?”; “Perché, nonostante la disponibilità dei giornalisti ad affrontare la sfida dell’innovazione, tutto si è bloccato?”. Il consiglio d’amministrazione non ha risposto alle domande del cdr, se non parzialmente alla prima con la proposta di ricapitalizzazione che comunque deve ancora essere approvata e che non tranquillizza nessuno, anzi. Sul rilancio del Corriere è previsto un incontro la settimana prossima tra l’azienda e il cdr.

Nel piano, l’integrazione digitale è stata introdotta con obiettivi ambiziosi: aumentare i ricavi dei prodotti digitali, che ora impattano su circa il 14 per cento dei ricavi, fino al 25 per cento (il Corriere è già a circa il 22 per cento). Ma non è una questione di numeri, è una questione di cultura: la frattura generazionale all’interno della redazione è visibile (lo è anche dal punto di vista contrattuale, a dire il vero: gli assunti negli ultimi due anni hanno “contratti depotenziati”, cioè hanno già rinunciato a molti integrativi). I prodotti digitali, soprattutto il sito Corriere.it, sono spesso considerati residuali rispetto al resto, la carta è insostituibile, l’iPad è il male assoluto, l’armadio pieno di ritagli è la dimostrazione massima dell’esperienza e a casa la connessione Internet non serve. Per i giovani, ma anche per molti di quelli che hanno a cuore la sopravvivenza del Corriere nel futuro, l’integrazione e l’innovazione sono imprescindibili, e non fanno che ripetere che all’estero tutti si sono posti il problema, mentre nell’Italia asfittica dei pochi lettori tale pressione non si sente. Anzi, tanto è distorta la percezione del multimediale che c’è stata anche una specie di lottizzazione politica delle varie derivazioni del Corriere, alla faccia dell’integrazione: la più visibile di tutti è naturalmente quella del sito, con la sua caratterizzazione grillina (anche se il più grillino è l’inserto del giovedì, Sette).

Gianni Riotta, che al Corriere ha lavorato per molti anni e la prossima settimana sarà in libreria con “Il web ci rende liberi? Politica e vita quotidiana nel mondo digitale” (Einaudi), ha un motto chiaro – “New media, old values” – che serve a calmare le paure di chi crede che, andando verso un nuovo modello di business per l’editoria, si finisca per “sfigurare l’identità di un’istituzione come il Corriere”. Quel senso antico di vivere il giornalismo, per cui ancora oggi molti dicono “a Milano c’è il Duomo, il Cenacolo e Via Solferino” e anzi aggiungono che la giunta comunale dovrebbe occuparsi della “deportazione”, cozza contro un mestiere che tra qualche anno sarà slegato dalla sede in cui si svolge. In gioco c’è la sopravvivenza, e questo anche una buona parte della redazione l’ha capito, pure se ci sono molte critiche su come il management si muove verso l’evoluzione del prodotto e del rapporto con il lettore – “a strattoni”.

E’ curioso che soltanto in poche conversazioni sia emersa la figura del lettore, nonostante sia cruciale per il futuro dei media, tradizionali e no. Sono soprattutto i più giovani a citare “i miei venticinque lettori” di manzoniana memoria, e questo è l’happy end di una storia fatta di scivoloni, di un mondo che si sfalda, di caste da smantellare, in cui i Padroni dell’Universo del giornalismo non vogliono perdere i loro privilegi e i Padroni dell’Universo della finanza non vogliono perdere le loro rendite di posizione e nemmeno fare gli editori: è la scarsa qualità del progetto editoriale del Corriere per il futuro il vero problema da risolvere. Jimmy Breslin, grande giornalista americano famoso perché intervistò il becchino che aveva messo la bara di John Kennedy nella terra, è stato citato in un articolo su Newsweek di questa settimana (versione digitale, naturalmente). Si lamenta per lo stato dei giornali di oggi, ma dice che la storia d’amore con i lettori non è finita, è semplicemente cambiata. C’è una nuova generazione di ragazzi che vogliono “make their luck”, fare fortuna nei nuovi media, che sono sì molto diversi da quelli tradizionali, eccetto per le cose più importanti. “Sono giovani – dice Breslin – e sono in cerca di cose da scrivere. Di che altro hanno bisogno? Hanno due piedi e due occhi”. Pausa. “Solo una cosa non so per certo: quanto bevono”.

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