Utopie libertarie

Eugenetica, il pericolo nasce dalle buone intenzioni

Lo studioso con cui il legame fra questione sessuale, eugenismo e condizione femminile si fa più chiaro è senza dubbio Havelock Ellis (1859-1939), intellettuale inglese formatosi nell’età vittoriana in una famiglia dove il padre è capitano di marina. Questo lo porta a una giovinezza di viaggi, soprattutto in Australia, che influirà molto nella sua formazione. Per lui, come del resto per tutta la cultura occidentale, la possibilità di venire in contatto con esseri umani di altre civiltà, che sembravano “naturali” perché non se ne conoscevano le regole, stimola una critica dei costumi occidentali, visti come troppo rigidi e oppressivi, cioè “innaturali”.

di Lucetta Scaraffia

Eugenetica, il pericolo nasce dalle buone intenzioni

Lo studioso con cui il legame fra questione sessuale, eugenismo e condizione femminile si fa più chiaro è senza dubbio Havelock Ellis (1859-1939), intellettuale inglese formatosi nell’età vittoriana in una famiglia dove il padre è capitano di marina. Questo lo porta a una giovinezza di viaggi, soprattutto in Australia, che influirà molto nella sua formazione. Per lui, come del resto per tutta la cultura occidentale, la possibilità di venire in contatto con esseri umani di altre civiltà, che sembravano “naturali” perché non se ne conoscevano le regole, stimola una critica dei costumi occidentali, visti come troppo rigidi e oppressivi, cioè “innaturali”. (…)
Dopo avere studiato medicina per affrontare l’argomento sesso con tutti gli strumenti scientifici opportuni, Ellis si avvicina a un gruppo socialista libertario, Fellowship of the New Life, dove incontra la sua futura moglie, Edith Lees, femminista e lesbica, da cui vive quasi sempre separato, ma con cui condividerà per tutta la vita gli ideali socialisti ed emancipazionisti. L’opera principale di Ellis consiste nei sei volumi di “Studies in the Psychology of Sex”, tradotti in molte lingue, anche se egli diffonde il suo pensiero affiancando ai libri una vivace attività di conferenziere. A differenza degli altri studiosi di sessualità a lui contemporanei – quasi tutti tedeschi – non si occupa delle patologie e deviazioni dalla normalità, ma prevalentemente della normalità eterosessuale, anche se nel volume dedicato all’omosessualità è il primo studioso a non considerarla un crimine o una malattia, ma un orientamento sessuale innato e immutabile. (…)
Grande accusato per Ellis è il matrimonio, simbolo della dipendenza e della sottomissione della donna all’uomo: il matrimonio è prostituzione, la colpa è del cristianesimo che ha fatto perdere l’indipendenza e la libertà alle donne, ha cancellato il carattere naturale della sessualità. (…) Secondo lui, la libertà della donna, la libertà naturale e soprattutto la selezione eugenetica solamente possono regolamentare la vita sessuale, e strumento fondamentale per realizzarle è il controllo delle nascite: “Il solo strumento attraverso cui l’eugenetica può ottenere effetti pratici nel mondo moderno è il controllo delle nascite”. Sulle necessità eugenetiche del controllo delle nascite Ellis ripete le solite ragioni:  “E’ ormai ampiamente riconosciuto che le famiglie numerose sono associate a degenerazione, e, nel senso più ampio, con anomalie di ogni genere (…) il pazzo, l’idiota, l’imbecille, i deboli di mente, il criminale, l’epilettico, l’isterica, il nevrastenico, il tubercolare, tutti, a quanto pare, tendono ad appartenere a famiglie numerose”. (…) La contraccezione è alla base della rivoluzione delle donne, come, del resto, secondo lui, anche l’eugenetica: “La cura della razza umana è soprattutto in mano alle donne. E’ per questo che l’Eugenesia e il Femminismo non formano su molti punti che una sola e identica questione. La realizzazione dell’Eugenesia nella nostra vita sociale non può essere ottenuta che attraverso la realizzazione del movimento delle donne nella sua ultima e più completa forma”.

Con Ellis, per la prima volta, si fa strada la possibilità di dissociare la soddisfazione sessuale dalla procreazione come programma di larga scala, grazie alla diffusione del controllo delle nascite. Così le pratiche sessuali diventano un affare di soddisfazione individuale, mentre la procreazione ha a che fare con una responsabilità sociale verso la razza. Il legame di Havelock Ellis con le femministe è importante e continuativo, anche grazie all’influenza della moglie, con la quale condivide l’amicizia e la collaborazione con Olive Schreiner (1855-1920), militante femminista che partecipava al Club del socialista eugenista Karl Pearson. Femminista, eugenista ed entusiasta sostenitrice del controllo delle nascite, l’inglese Mary Stopes (1880-1958) apparteneva allo stesso ambiente di cui faceva parte Ellis, in particolare fu a lungo collaboratrice di G. B. Wells, socialista eugenista. Anch’essa autrice di un fortunato libro sul matrimonio – “Married Love” (1918) – era così convinta delle tesi eugenetiche sulla degenerazione da diseredare suo figlio Harry perché aveva sposato una donna miope. Ma l’interesse maggiore di Ellis va alle donne che affrontano il tema della vita sessuale, come la svedese Ellen Key (1849-1926) la quale, lasciata la fede cristiana per l’evoluzionismo, diventa radicalmente liberale, poi socialista dal 1890, e raggiunge il successo internazionale scrivendo libri su teorie educative e femministe, come “Il secolo del bambino” (1909) in cui consiglia di affidare interamente alle donne la responsabilità dell’educazione.
Il suo è un femminismo centrato sulla maternità e la libertà sessuale, limitata solo dalle regole eugeniche. Come Ellis anche Key è eugenista, socialista femminista, e non c’è quindi da stupirsi che il sessuologo inglese nel 1931 si occupi della riedizione inglese del suo bestseller “Love and Marriage”. Ellen Key ebbe contatti stretti con il femminismo italiano, tanto che fu invitata a presiedere e concludere il congresso femminista di Milano del 1908. Nello stesso anno, “Il secolo dei fanciulli”, appena tradotto, venne recensito da Sibilla Aleramo su La nuova antologia con entusiasmo. (…) Per la svedese, solo il sentimento amoroso rendeva sacra l’unione, e poteva rendere migliore l’intero genere umano: “E il fanciullo deve essere il prodotto dell’amore, di un grande amore, per la ricerca del quale anche tutta la vita non deve essere troppo lunga”. L’unica remora che poteva frenare questa felicità amorosa era l’obbligo di una scelta eugenetica, l’unica che poteva garantire “una forma superiore di evoluzione”.

Operando una sintesi audace fra Kant e Darwin, Key proponeva una concezione dell’essere umano come “perfettibile” da “anni e mutamenti infiniti”. I genitori erano responsabili di questo processo di autoperfezionamento dell’umanità, che secondo lei implicava “libertà per la selezione dell’amore in condizioni favorevoli alla specie; restrizioni non alla libertà dell’amore, ma alla libertà di generare nuovi esseri in condizioni sfavorevoli alla specie”. (…) Queste idee influenzarono fortemente il femminismo scandinavo: non è quindi un caso che le femministe danesi, la finlandese Rakel Jalas e la norvegese Ketty Anker Moller – quest’ultima dopo una prima fase di opposizione – alcuni decenni più tardi approvassero le leggi di sterilizzazione eugenetica votate nei loro paesi. Nel 1924 i movimenti femministi danesi sostennero, con una petizione firmata da 100.000 donne, una legge che prevedeva la sterilizzazione per ragioni eugenetiche e la castrazione dei soggetti rei di crimini sessuali. In Finlandia, i gruppi femministi capeggiati da Rakel Jalas si dichiararono favorevoli alla normativa del 1935, volta a impedire la riproduzione dei malati di mente e dei ritardati mentali, ma che permetteva anche di castrare violentatori, pedofili, e soggetti considerati dotati “di spropositati impulsi sessuali”. La femminista norvegese Ketty Anker Moller, leader di battaglie per il controllo delle nascite e l’aborto, protettrice delle madri sole e dei diritti dei figli illegittimi – nel 1915 su questo tema riuscì a far adottare leggi rivoluzionarie per i tempi – non considerò contraddittorio difendere le leggi di sterilizzazione eugenetica, che prevedevano anche la sterilizzazione forzata di nomadi e criminali abituali. Probabilmente Moller, come le altre femministe scandinave, era inconsapevole del fatto che vittime dell’intervento di sterilizzazione sarebbero state in larga misura le donne, in particolare quelle povere e sole nella maternità, che non avevano una sicurezza economica per allevare i figli. (…)
Oggi ci possiamo domandare se le femministe scandinave fossero veramente così cieche, o se la prospettiva di ottenere la legalizzazione del controllo delle nascite, in molti casi anche la legalizzazione dell’aborto, e una assistenza statale per almeno una parte della popolazione, anche di genere femminile, naturalmente unito alla totale fiducia in quello che promettevano gli scienziati, non avessero influito nella loro scelta a favore delle sterilizzazioni. In sostanza, esse speravano che – se pure era un male – fosse tuttavia un male necessario, che avrebbe portato in futuro a un vero miglioramento della condizione femminile. (…)
Anche in Germania, nella prima metà del Novecento, ci sono leader femministe che si avvicinano all’eugenetica, attratte da quel gruppo di eugenisti che, in nome della selezione sessuale, chiedono libertà di rapporti sessuali al di fuori del matrimonio e un allargamento della protezione sociale alle madri nubili. Le femministe radicali come Helene Stöcker e Adele Schreiber, che combattevano a favore del controllo delle nascite, si contrapponevano agli eugenisti di stampo conservatore, sostenitori della famiglia, come Ploetz, che protestavano infastiditi davanti ai loro interventi nei convegni internazionali. Ploetz, per esempio, criticò severamente quello che considerava il “dominio delle donne” al congresso di Londra del 1912. Anche Gruber, scandalizzato dalle conferenze femministe e neo maltusiane ascoltate durante l’Esposizione di igiene tenuta a Dresda nel 1911, fece pressioni su Ploetz perché rendesse sempre più rigida la preclusione nei confronti dei riformatori della sessualità.
Ploetz accettava la contraccezione solo per motivi eugenetici, ma era consapevole come il neo maltusianesimo costituisse un pericolo per le classi superiori, che avrebbero limitato il numero dei bambini di buona razza nordica. I riformatori più radicali pensavano invece che per migliorare la razza fosse indispensabile occuparsi della salute delle madri: la Lega per la protezione delle madri – fondata nel 1904 da un’insegnante, Elisabeth Bouness, che scriveva con lo pseudonimo di Ruth Bré – riuniva, in un’alleanza inedita, femministe e igienisti sociali. La Lega faceva delle campagne a favore delle madri nubili, perché venissero accettate e aiutate, proponendo di fatto nuovi modelli morali. Sull’onda dell’utopismo socialista che animava molti dei membri fondatori, la Lega preparò progetti che prevedevano la creazione di colonie per le madri caratterizzate da una mescolanza, che oggi pare incredibile, fra femminismo e razzismo nazionalista. Fra i suoi scopi statutari, infatti, era annoverata, insieme alla protezione delle madri, “il miglioramento della razza e del benessere nazionali attraverso la riproduzione di figli sani”, e i malati erano visti come un fardello che consumava forze e ricchezze nazionali.

Ma i sempre più stretti contatti di Ruth Bré con le femministe di Berlino e con i medici trasformarono la Lega da utopista e nazionalista a urbana e scientifica, caratterizzata da progetti di nuova morale e di nuovi valori etici, fondati sulla biologia e la sociologia. Helene Stöcker, portatrice della nuova linea, assunse il posto della Bré alla testa della Lega. Sotto la sua presidenza l’associazione prese posizioni radicali in tema di riforma della sessualità, fece battaglie per l’estensione dell’assistenza municipale alle madri nubili, per l’educazione sessuale nelle scuole e per la riforma dei valori sessuali con l’obbiettivo di sconfiggere la prostituzione, la diffusione delle malattie veneree e i crimini sessuali. Stocker si dichiarò favorevole alla contraccezione e protestò contro le leggi che impedivano l’aborto, facendo dell’embrione una sorta di proprietà dello stato. Ploetz, che aveva aderito alla Lega nel 1905, si trovò in aperto conflitto durante la presidenza della Stöcker, ma le critiche più severe, su base eugenista, furono quelle lanciate da Agnes Bluhm, medico e biologa. Al centro della polemica fra eugenisti riformatori e conservatori era sempre il controllo delle nascite e la legalizzazione dell’aborto. Intorno a queste questioni si decideva la posizione circa il posto della donna: per gli uni doveva essere liberata dal lavoro, per gli altri ricondotta al suo ambiente naturale, casa e famiglia. La Lega, che ampliò la sua campagna a favore dell’aborto, aderì al circolo anarchico che si era formato intorno al rivoluzionario Landauer, il dirigente dei Soviet di Monaco. E non solo reclamò la creazione di centri di consulenza sessuale su base progressista, ma cominciò a esigere la presenza di consulenti laici, di sesso femminile, nelle cliniche. Berlino occupò in questo modo il ruolo di centro internazionale del movimento di liberazione sessuale e di emancipazione omosessuale. (…) Comunque, progressisti o conservatori, i riformatori sessuali appoggiavano le loro richieste sulla scienza eugenetica, sostegno indiscutibile delle loro posizioni.

di Lucetta Scaraffia

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