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Rottamare l’agenda Monti

Il montismo, l’Europa, la miopia del sindaco di Firenze, la nuova fase. Fassina spiega perché il Pd di Bersani è alternativo alla politica economica dei tecnici portata avanti dai neo-liberisti alla Renzi

di Redazione | 09 Ottobre 2012 ore 09:54

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Proviamo a iscrivere la metafisica discussione sul Monti-bis al tornante storico nel quale siamo. Nell’area euro, non siamo sulla rotta giusta. Anzi, siamo su una rotta di aggravamento degli squilibri macroeconomici. Come correttamente riflesso dagli spread sui titoli decennali dei Piigs, i rischi di rottura della moneta unica e di disgregazione europea sono sempre più elevati.

Perché? Per scelte politiche inadeguate ad affrontare il problema di fondo dell’euro: le divergenze di competitività tra le sue aree. Sin dall’inizio, i padri fondatori dell’euro sapevano bene che l’Eurozona non era un’area monetaria ottimale. Purtroppo, però, l’egemonia conservatrice prevalse e si affidò la soluzione esclusivamente alla disciplina di bilancio e al mercato unico (più un pizzico di Fondi strutturali). Una strada senza uscita. Per molte ragioni. Primo, perché non è vero che l’economia si autoregola una volta eliminato l’intervento pubblico considerato irrimediabilmente nocivo. Secondo, perché i paesi periferici, inebriati dalla finanza facile in arrivo dai paesi core a coprire i deficit di bilancia commerciale, rinviavano, chi più chi meno, le riforme e gli investimenti innovativi pubblici e privati e si limitavano, chi più chi meno, a flessibilizzare e ridurre il costo del lavoro. Infine, perché i paesi core (la Germania è modello), oltre a importanti riforme strutturali e investimenti innovativi, percorrevano la strada mercantilista della “svalutazione interna” (i salari medi tedeschi in termini reali perdono 7 punti percentuali dal 1999 al 2008).

In sintesi, il collasso dell’equilibrio globale nel 2008 mette a nudo un’unione monetaria in fortissima, insostenibile, tensione interna, sopravvissuta per un decennio scarso in quanto transfer union, alimentata da canali privati (credito bancario). A differenza di quanto ripete la cronaca ufficiale, il debito esplosivo lo accumulano le famiglie e le imprese, non i bilanci pubblici. La Grecia è un caso isolato. Anche noi, nel nostro decennio perduto, riduciamo significativamente il debito pubblico (dal 113 per cento del 1999 al 103,1 per cento del 2007) e aumentiamo il debito privato (dal 70 al 101 per cento).

Di fronte alle riemerse contraddizioni interne, la miopia politica, il corporativismo cieco degli interessi forti e la rigidità ideologica di larga parte delle tecnocrazie ha portato a generalizzare all’Eurozona la via mercantilista della Germania. E’ un mercantilismo, però, drammaticamente sbilanciato verso la svalutazione del lavoro, date le debolezze istituzionali ed economiche dei Paesi interessati. A differenza di quello tedesco, non è giocato in un equilibrio (patto) tra capitale e lavoro, ossia in una relazione virtuosa tra investimenti innovativi e moderazione salariale. Ma, al di là della brutalità di attuazione, la via mercantilistica alla correzione degli squilibri macroeconomici è una strada impossibile. Per una ragione semplice e intuitiva: il mercantilismo, per definizione, non è generalizzabile. Affinché qualcuno abbia un surplus commerciale qualcun altro, di almeno pari stazza, deve aver un deficit. Per la Germania, nel primo decennio dell’euro, ha funzionato in quanto le economie periferiche si indebitavano grazie al finanziamento facile delle banche tedesche e francesi. Invece, la speranza di esportazioni nette positive dall’euro-zona verso il resto del mondo è illusoria, poiché: 1) l’area euro è tra le aree economiche più rilevanti del pianeta; 2) i Brics non vogliono e comunque non possono rovesciare il loro sentiero di sviluppo in pochi mesi o pochi anni e 3) gli Stati Uniti, per 20 anni consumatore globale di ultima istanza, sono impegnati a ridurre il loro enorme debito esterno. In sintesi, la rotta mercantilista seguita nell’euro-zona è insostenibile. Genera, inevitabilmente, recessione, disoccupazione, aumento del debito pubblico, aggravamento degli squilibri macroeconomici tra le aree della moneta unica. I risultati conseguiti sono inequivocabili. Le previsioni ufficiali, nonostante i massaggi dei dati sempre rivisti in peggio, pure. La spirale regressiva è tanto più soffocante quanto più intensamente sono applicati i memorandum della troika. Attenzione: il problema non è “soltanto” l’iniquità e la sofferenza sociale e le derive populiste e nazionaliste. Il problema è che i debiti pubblici continuano a aumentare ovunque.

Anche noi siamo prigionieri della soffocante spirale mercantilista. Nonostante previsioni ottimistiche di Pil (-2,4 per cento nel 2012 e -0,2 per cento l’anno prossimo), il debito pubblico (al netto dei contributi al Fondo Salva-Stati) continua a salire: dal 119,9 per cento del 2011 al 123,3 per cento del Pil per il 2013. Il saldo strutturale, indicatore sempre meno significativo ma richiamato dal governo Monti come chiave per riconoscere l’utilità delle misure attuate, scende dallo 0,6 per cento previsto a Settembre 2011 (prima del “Salva Italia”) allo 0,2 per cento del pil indicato a Settembre scorso (dopo “le cure”). L’ultima previsione di “crescita” potenziale diventa ancora più misera in relazione a quanto previsto l’anno prima e scende a valori negativi. Le speranze di ripresa collocate dal Presidente del Consiglio nel primo trimestre del 2013 sono, purtroppo, infondate. Quale driver di domanda dovrebbe tirare l’inversione di tendenza? I consumi delle famiglie subiranno un’ulteriore flessione a causa della maggiore disoccupazione e dell’esaurimento di parte delle indennità di disoccupazione, dei tagli al welfare nazionale e locale, dell’aumento regressivo di prezzi, tasse e tariffe, delle minori disponibilità di risparmio. Gli investimenti delle imprese saranno imbrigliati dalle tristi aspettative di domanda. Il bilancio pubblico accentuerà il suo impatto regressivo dato che l’insieme delle manovre di finanza pubblica approvate nel biennio alle nostre spalle implica ulteriori 25 miliardi tra tagli e maggiori imposte per il 2013. Rimane il miraggio delle esportazioni. E’, appunto, un miraggio poiché, come ricordato sopra, ciascuna economia europea e extraeuropea prova a scaricare sul vicino o sul lontano la sua speranza di maggiore produzione.

“L’agenda Monti”, così acclamata e così poco compresa da Matteo Renzi&C, non funziona. Non per colpa di Monti. Il presidente Monti si è trovato, da un lato, vincolato dall’agenda conservatrice europea e, dall’altro, costretto a confermare gli impegni ancor più restrittivi, sottoscritti per deficit di credibilità politica, dal governo Berlusconi-Bossi-Tremonti. Come indicammo già nella primavera del 2011, l’obiettivo di pareggio di bilancio al 2014 era impossibile. Anticiparlo al 2013, sulla base dei dictat di Bruxelles e Francoforte, unico caso nell’euro-zona, diventava un’avventura autolesionistica, come è sempre più evidente.

Dopo la caduta di Berlusconi, la sintonia culturale del presidente Monti con la linea mercantilista vigente nell’euro-zona è stata un asset importante a recuperare il terreno politico perduto dall’Italia. Tuttavia, ecco il punto decisivo, oggi siamo in un’altra fase. Per ridurre gli squilibri macroeconomici e i debiti pubblici, va data priorità a politiche asimmetriche demand side, sia di domanda privata sia di domanda pubblica per investimenti innovativi. Affidarsi a politiche supply side di svalutazione del lavoro o tagli di tasse e welfare (in ossequio alla falsificata teoria classista dell’expansionary fiscal adjustment di Giavazzi e Alesina) incancrenisce la recessione in depressione.
Oggi, nell’euro-zona va archiviata la via mercantilista e allargata la prospettiva dello sviluppo sostenibile. Invocata dalle forze politiche e sociali progressiste europee, dai liberali consapevoli (i principali columnist del Financial Times da tre anni), oltre che da una valanga di economisti mainstream (si leggano le firme al “A Manifesto for Economic Sense”), ma bollata, per strumentalità o ignavia nell’asfissiante conformismo Italico, come “socialdemocratica, massimalista, di sinistra, indietro di 30 anni”. Oggi, per salvare l’euro e la civiltà del lavoro, ossia la democrazia delle classi medie, le priorità sono:
Fiscal union, per attribuire al Consiglio e al Parlamento europeo, oltre che alla Commissione per la fase istruttoria, il potere di autorizzare ciascun Paese membro a presentare al Parlamento nazionale la legge di bilancio e prevedere sanzioni automatiche;
Nella Fiscal Union, allentamento delle politiche di bilancio pro-cicliche e Golden Rule, come proposto dai Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, bloccati dai partiti conservatori; obiettivi di inflazione a due velocità (più elevata per i Paesi core), come suggerito da Olivier Blanchard, chief economist del Fmi;

Investimenti europei, definiti in una strategia green di politica industriale, finanziati mediante euro-project bonds, imposte sulle transazioni finanziare speculative;
Banking union di ampio raggio ed effettività;
Coordinamento politiche di tassazione e offensiva contro i paradisi fiscali intra e extra Ue;
Standard retributivo, previsto in linea di principio, ma dimenticato, nel six pack;
Meccanismo condiviso di ristrutturazione dei debiti sovrani insostenibili (es. Grecia) come elaborato dall’Institute for New Economic Thinking.

Oggi, deve rafforzarsi la consapevolezza che siamo su una strada di austerità auto-distruttiva. Oggi, va sgonfiato il credo ideologico nelle riforme strutturali pur necessarie (istituzioni e partiti, legalità, giustizia, pubbliche amministrazioni, fisco, regolazione mercati), di riavviare i motori dell’economia in un quadro di domanda aggregata in contrazione. Oggi, va invertita la tendenza alla svalutazione del lavoro, confermata ancora una volta, dopo la tentata incursione contro l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, nell’impianto suggerito dal governo Monti alle parti sociali sotto forma di intervento per la produttività. Oggi, la correzione della distribuzione del reddito, sia sul terreno primario che secondario, va attuata, oltre che per equità, per rianimare i consumi interni europei. Oggi, la democrazia della sussidiarietà, ossia il coinvolgimento attivo delle autonomie territoriali ed economiche e sociali, va rigiocata come opportunità per definire riforme condivise e, quindi, efficaci, non esorcizzata come cedimento a istanze corporative.

In sintesi, oggi l’Agenda Monti per cultura politica e economica e interessi materiali in essa prevalenti è meno adatta ad affermare le priorità della fase (lasciamo stare le imitazioni improvvisate in concorso nelle primarie del centrosinistra: sono imbarazzanti rispetto alla qualità dell’originale). Ma, soltanto la propaganda strumentale può leggere nella proposta correzione di rotta la volontà di smontare gli interventi degli ultimi mesi. Aggiustamenti vanno fatti (su “esodati” e sugli squilibrati assetti degli ammortizzatori sociali nella Legge Fornero). Ma, sono aspetti marginali. È fuori discussione, dato il curriculum della classe dirigente del Pd, il rispetto di tutti gli impegni sottoscritti dall’Italia. La nostra specificità politica è la determinazione a costruire, insieme agli altri governi progressisti europei, senza autolesionistici atti unilaterali, il consenso per cambiare rotta. Insomma, la giustificazione politica della leadership di Bersani per il governo dell’Italia è nella distintiva lettura della fase, nella cultura economica, nell’idea di democrazia, nella potenzialità degli interessi materiali da noi rappresentati, in quanto interessi svantaggiati (i disoccupati, il lavoro subordinato e precario, il lavoro imprenditoriale e professionale polverizzato), di definire un ordine egemonico, ossia in grado di riconoscere e mettere in equilibrio espansivo i principali interessi materiali in campo.

Il governo Monti e l’impegno dei partiti a suo sostegno hanno avviato la ricostruzione morale, politica e economica dell’Italia. E’ un merito storico indiscutibile di Mario Monti, condiviso con il presidente Napolitano. Noi siamo orgogliosi del contributo determinante dato all’operazione. Oggi, però, siamo in un’altra fase. Tutto qui.

di Stefano Fassina, responsabile Economia del Partito democratico

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