Ecco le cinque proposte del Pd per riformare la giustizia con la maggioranza

I prossimi tre anni di legislatura saranno importanti affinché questo governo tenti di dimostrare di essere in grado di offrire al paese un quadro di riforme utile alla vita dei cittadini italiani. Riformare la giustizia è una delle priorità dell’Italia, e l’argomento va affrontato con responsabilità e con misura. L’opposizione deve impegnarsi a offrire il proprio contributo, per migliorare il sistema della giustizia italiana. La maggioranza dovrebbe dar prova di voler veramente migliorare un delicato settore come questo e non di voler, invece, fare soltanto gli interessi del suo capo del governo.

di  Andrea Orlando

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I prossimi tre anni di legislatura saranno importanti affinché questo governo tenti di dimostrare di essere in grado di offrire al paese un quadro di riforme utile alla vita dei cittadini italiani. Riformare la giustizia è una delle priorità dell’Italia, e l’argomento va affrontato con responsabilità e con misura. L’opposizione deve impegnarsi a offrire il proprio contributo, per migliorare il sistema della giustizia italiana. La maggioranza dovrebbe dar prova di voler veramente migliorare un delicato settore come questo e non di voler, invece, fare soltanto gli interessi del suo capo del governo. Sarà difficile che questo accada, ma credo sia giusto che il maggior partito dell’opposizione espliciti con chiarezza le proprie intenzioni per tentare di riformare la giustizia italiana in modo il più possibile condiviso. Mi applico dunque a un esercizio da molti consigliato. Facciamo finta, per un attimo, che in Italia il problema sia solo quello di far funzionare appunto la giustizia. Dimentichiamoci almeno per un momento Berlusconi, così come dei suoi processi da aggiustare e delle sue vendette da consumare, e partiamo dalla giustizia civile dove, lontano dai riflettori, si consuma quotidianamente un disastro che potremmo definire “muto”.

A qualunque intervento riformatore va premessa un’attenzione alla gravità in cui si trova oggi il sistema della giustizia civile italiano e la maggioranza di governo farebbe bene a evitare di ignorare alcuni numeri molto significativi, che dovrebbero quantomeno far riflettere. Per cominciare, le cause civili attualmente pendenti sono più di 5 milioni (con una crescita media annua del 7,5 per cento); per avere giustizia oggi un cittadino attende anche fino a sette anni e mezzo (passando 20 mesi in tribunale, 54 in Corte di appello e la restante parte in Cassazione); e una volta giunta la sentenza questa risulta spesso priva di qualsiasi effetto positivo per chi intendeva far valere un proprio diritto. Questi dati hanno una valenza che va al di là del singolo, e grave, aspetto di disfunzionalità della giustizia italiana e anche persone talvolta ragionevoli come il ministro dell’Economia Giulio Tremonti dovrebbero riflettere su questo quadro. L’inefficienza del sistema giudiziario, infatti, compromette in modo serio la competitività del paese e rappresenta un potente dissuasore agli investimenti esteri in Italia, e le ragioni di credito di molte famiglie e di tante piccole aziende risultano irrimediabilmente frustrate, aggravando oltremodo il peso dell’attuale crisi economica vista l’impossibilità di riscuotere in tempi ragionevoli i propri crediti; e la situazione di disagio è ancora più grave se si pensa a quanto succede al sud e nelle isole. Queste brevi considerazioni definiscono l’enorme impatto che l’amministrazione della giustizia ha sul sistema economico e sui rapporti sociali: c’è un’emergenza, da qui dovremmo partire. Come risolvere in modo non propagandistico questi problemi?

Ebbene, si tratterebbe di fare ciò che il governo avrebbe già la delega per fare: semplificare i riti del processo civile e affrontare subito l’arretrato. Magari con la stessa tempestività con la quale ha affrontato altre questioni (vedi legittimo impedimento). Fondamentale, per essere chiari, è il tema dell’organizzazione e delle risorse in questo settore. La crisi economica ha stretto il paese in modo molto grave ma sottrarre, come è stato fatto con l’ultima legge finanziaria, 1,1 miliardi di euro nel settore della giustizia è un modo per impedire quegli investimenti necessari, che andrebbero fatti nell’informatizzazione del sistema giudiziario e nel rafforzamento e nella qualificazione del personale amministrativo, introducendo anche profili manageriali. Su questi due temi il governo mostra una colpevole disattenzione che autorizza al sospetto di un vero tentativo di liquidazione delle strutture giudiziarie del paese. Un altro punto importante, che se il governo avesse la volontà potrebbe essere concretizzato nel minor tempo possibile, è quello di modificare, razionalizzandole, le circoscrizioni giudiziarie. A oggi esiste una distribuzione degli uffici assolutamente anacronistica e irrazionale (165 tribunali, di cui 88 con meno di 20 magistrati, 7 tipologie di uffici giudiziari), che producono un quadro di inefficienza complessiva insostenibile. Anche qui: il governo spieghi al paese che cosa intende fare. Detto questo siamo disponibili a confrontarci in Parlamento sulle questioni più comunemente evocate dal dibattito corrente che attengono a questioni cruciali per il nostro sistema giudiziario: una verifica concreta dei giusti tempi del processo; una seria riflessione per la ridefinizione dell’obbligatorietà dell’azione penale; una riforma del sistema elettorale del Csm che diluisca il peso delle correnti della magistratura associata, rafforzandone l’autorevolezza; la necessaria distinzione dei ruoli tra magistrati dell’accusa e giudici, e un ragionamento sulla efficacia delle attuali azioni disciplinari nel mondo della magistratura.

Guardando all’insieme della giustizia penale, qui esiste un corpus ipertrofico di norme generate dall’ossessione securitaria e dalla sbornia forcaiola. La combinazione tra l’ipertrofia delle norme penali, l’insufficienza del gratuito patrocinio, della difesa d’ufficio e l’abbreviazione dei termini delle prescrizioni ha generato un sistema processuale che obiettivamente punisce secondo criteri di classe: un’amnistia strisciante per chi può difendersi dal processo (con buona pace del partito unico degli sceriffi) e pene inumane per i delinquenti più poveri. Come rimettere in sesto il sistema? Sul terreno strettamente processuale si potrebbe, per esempio, procedere a una revisione del sistema delle notifiche a una semplificazione delle impugnazioni, limitando il ricorso alla Cassazione. La questione dei tempi del processo – o meglio della sua ragionevole durata – andrebbe infatti affrontata riferendola sia all’ambito penale sia a quello civile. Si possono ipotizzare tempi massimi per la durata del procedimento (seppur senza prevedere prescrizioni processuali automatiche), ma questi dovrebbero essere parametrati distretto per distretto in rapporto alle risorse disponibili, al numero di magistrati in ruolo, al personale amministrativo e al numero dei procedimenti. Si potrebbe inoltre ipotizzare un percorso di convergenza pluriennale verso un range omogeneo a livello nazionale. Il che, rispetto al testo approvato dal Senato sul cosiddetto “processo breve”, significherebbe eliminare le norme retroattive e legare i termini massimi indicati per i gradi di giudizio alla concreta situazione degli uffici giudiziari e a un serio piano di investimenti sulle strutture e sul personale.

Infine vi è il tema dell’organizzazione della magistratura e dell’azione penale, vera ossessione della maggioranza, sul quale però è importante ragionare. Il governo potrebbe, per esempio, iniziare a prendere seriamente in considerazione una proposta di legge concernente l’elezione del Csm – a firma del senatore del Partito democratico Stefano Ceccanti – dalla quale si potrebbe partire dal giorno dopo dell’imminente rinnovo del Consiglio superiore della magistratura. Una proposta che prevede un sistema elettorale basato su collegi uninominali con ripartizione maggioritaria in grado di risolvere un problema che effettivamente esiste: ridurre il peso delle correnti della magistratura associata.
Non ci sarebbe invece molto da fare a proposito della separazione delle carriere, essendo già stata realizzata una sostanziale e sufficientemente rigida distinzione dei ruoli con la riforma ordinamentale, varata soltanto due anni fa. Tuttavia sono ipotizzabili norme che rafforzino il criterio della distinzione dei ruoli, precisino le incompatibilità e i limiti temporali di permanenza nei diversi uffici. Una specifica disciplina meriterebbe la limitazione all’elettorato passivo dei magistrati, di quelli che hanno svolto funzioni requirenti in particolare. Infine si potrebbe affrontare quella che, a mio avviso, è la questione centrale del sistema: l’efficacia dell’azione disciplinare. La linea d’azione dovrebbe essere quella di una distinzione maggiore di chi esercita questo tipo di giustizia domestica dal Csm con una sezione distinta o attribuendo il ruolo alla Cassazione: accrescendo così davvero l’autonomia di chi è chiamato a valutare dei colleghi. Anche in questo caso, però, la riflessione del legislatore dovrebbe partire dagli effetti prodotti dalle norme introdotte per la valutazione dei magistrati soltanto due anni fa. Sull’esercizio dell’azione penale, poi, sarebbe matura una riflessione sulla rimodulazione dell’obbligatorietà, attraverso l’individuazione di priorità che non limitino l’indipendenza dei pm. Esistono diverse ipotesi ragionevoli e il Pd ha già depositato una proposta di legge su questo tema. Se la maggioranza dimostrasse di voler discutere su questo argomento con serietà il Partito democratico è pronto a confrontarsi senza pregiudizi.

Tre anni sono sufficienti per fare tutto questo senza necessariamente partire dal presupposto che si debba modificare la Costituzione. Eventualità alla quale ricorrere solo come estrema ratio. Questo approccio consentirebbe di evitare che ciò che si può fare in modo condiviso resti in ostaggio di ciò che divide. Su questo terreno potrebbero incontrarsi una destra che riscoprisse la primazia della legge e una sinistra che rammentasse che tra le sue radici c’è la cultura delle garanzie. Al momento rischia di non essere così. La minaccia di modifiche costituzionali, agitate come bandiere dalla maggioranza, può portare all’ordalia: all’ennesimo referendum sul Cavaliere dall’esito comunque pericoloso. O l’assoluzione a mezzo plebiscito di Berlusconi e il conseguente sfascio, o la santificazione dello status quo con tutto il suo portato di inefficienze e corporativismi. C’è ancora tempo, speriamo che serva. Intanto la situazione è quella che è: si parla troppo, solo, di intercettazioni, di legittimo impedimento, di separazione delle carriere e non di riforma della giustizia civile, di condizioni del carcere, di organizzazione degli uffici. Questo ci ricorda, se ce ne fosse bisogno, che il fattore Berlusconi pesa, con tutte le sue incombenze e la sua carica ideologica. Se qualcuno fosse in grado di prescinderne almeno un po’ e di porsi in un’ottica più generale batta un colpo, noi ci siamo.

di  Andrea Orlando

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