E’ apparso un po’ spietato. Bravo, ma un tantino spietato, Vittorio Zucconi, nelle sue cronache americane su Repubblica. Perché non c’è dubbio. Non c’è dubbio che questi repubblicani siano un po’ troppo profondi, non nel senso del pensiero, ci mancherebbe altro, in quello dell’America profonda, bazzicano le stalle, i rodeo, non sanno comportarsi a tavola, indossano sempre il loro cappello da vaccari, agitano quella cacchio di bandierina, credono in Dio e insomma, sono infinitamente meno urbani dei democratici metropolitani che bazzicano il Tribeca film festival. Ha ragione, Zucconi, il quale essendo di Bastiglia (Modena, tremila anime, 170 stalle) conosce bene la strada dell’emancipazione. Ha ragione anche quando mette i guanti prima di parlare di Sarah “Barracuda” Palin, “la piccola donna cristianissima, la signora bianca venuta dal nulla, con la gonna attillata, i tacchi a spillo e l’acconciatura stile famiglia Simpson”. Ma è sembrato spietato quando ha scritto del “suo dolce neonato down usato sfacciatamente come ‘prop’, come attrezzo di scena”. Elegante, ma spietato. Ci pensi un po’. Una signora à la page, come lui la vorrebbe, magari si presentava sul palco delle presidenziali con la tazza del cesso in braccio e dentro un feto morto.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
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