La notevolissima analisi delle primarie di Repubblica

Leggere l'articolo di Stefano Folli e ripensare a quel pranzo insieme qualche tempo fa

La notevolissima analisi delle primarie di Repubblica

Foto LaPresse

Tra i molti commentatori delle “primarie” che non ne avevano azzeccata una (da Mauro a Mieli, da Polito a Giannini, da questo a quell’altro), notevolissima l’analisi di Stefano Folli su Repubblica oggi. In soldoni: il problema non è l’affluenza, tra l’altro in calo, e comunque il 4 dicembre Renzi ha perso. O rinuncia a dirigere il partito secondo personale propensione, e si accorda con D’Alema, o Pd e centrosinistra  moriranno per sua colpa. Ecco. Mi ritrovai a pranzo con Folli qualche tempo fa, lui ancora autorevole direttore del Corriere della Sera. Trattoria in Trastevere, si era in tre. Folli si sedette e la conversazione, devo dire notevole, prese subito il volo. Si percepì un cigolio. Poi un secondo, più netto. Nel mezzo di una delicatissima questione di politica internazionale, la sedia di Folli cedette. Non di schianto. Fu come se il direttore si ammainasse inesorabilmente per la resa progressiva del supporto. Calò il tronco, scomparvero le spalle sotto la linea del tavolo e ad ammainare per ultima, naturalmente, fu la testa, spettinatissima, con le labbra impegnate ancora sulle parole di un ragionamento sottile. L’espressione del direttore, mentre tutto lui stesso calava, appariva, più che spaventata, spasmodicamente incredula che a un direttore del Corriere potesse toccare un incidente a tal punto irrispettoso. Alla fine piombò giù, adesso sì di schianto, per il fracasso definitivo delle quattro gambe fin lì eroiche della sedia, e battendo forte il sedere per terra. Lo soccorremmo prontamente. Mai avevo pensato che un colpo sulle parti tenute per le meno nobili di una persona intelligente potesse comportarle importanti conseguenze sulle funzioni alte. Ne ho preso atto ieri.

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Commenti all'articolo

  • albertoxmura

    01 Maggio 2017 - 19:07

    "Sur le plus haut trône du monde, on n'est jamais assis que sur son cul" (Montaigne)

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