“La casa si prende, l’affitto non si paga”. C'era qualcosa di giusto in quello slogan

Eviterò di menarvela sul contesto di allora: i treni della speranza dal sud, le soffitte di Torino, o i “napoli” del sessantotto punto sessantanove, assimilabili approssimativamente agli odierni senegalesi due punto zero. Eccetera.
“La casa si prende, l’affitto non si paga”. C'era qualcosa di giusto in quello slogan
Quando eravamo noi troppo giovani, quindi molto estremisti, gridavamo volentieri “la casa si prende, l’affitto non si paga”. Che brutta cosa, vero? Quantunque. Quantunque qualcosina di giusto, non dico tutto, ci mancherebbe, ma qualcosina, in quello slogan forse c’era. Né mi sento di escludere che in qualcosina, non tutto, in qualcosina, abbia senso perfino oggi in casi estremi. Eviterò di menarvela sul contesto di allora: i treni della speranza dal sud, le soffitte di Torino, o i “napoli” del sessantotto punto sessantanove, assimilabili approssimativamente agli odierni senegalesi due punto zero. Eccetera. Ricordo solo, come fosse oggi, la spigolosa saggezza di quanti ci spiegavano, ed erano, direi, per lo più del Pci (vale a dire dell’apprezzata Ditta), l’ingiusto schematismo di quella nostra parola d’ordine: le regole dure da rispettare, la fatica di chi aveva comprato l’appartamentino sputando sangue, e quanto sarebbe stato ingiusto derubarlo della modesta mercede che si attendeva gliene sarebbe ritornata. Bon, la faccio corta. Fatto sta che ho sentito proprio ieri Bersani, eccitato come un giovanotto estremista di allora, gridare a squarciagola: “Io fuori? Giammai: questa è casa mia!”. Che figurarsi se proprio noi non ti capiamo, compagno Pier Luigi. Ma almeno l’equo canone lo vuoi pagare o no, stronzo?

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