Quando mi chiamava Ettore Scola

Ricordo, e succedeva spesso, quando Ettore, Scola, naturalmente, mi chiamava: Andrea, aiutami. Perché, mi domandavo io, perché vuole me? Ancora non so rispondere. E troppo grande è la mestizia oggi per riflettere. Di nuovo nelle lunghe giornate particolari della malattia: vieni? Quando?
Ricordo, e succedeva spesso, quando Ettore, Scola, naturalmente, mi chiamava: Andrea, aiutami. Perché, mi domandavo io, perché vuole me? Ancora non so rispondere. E troppo grande è la mestizia oggi per riflettere. Di nuovo nelle lunghe giornate particolari della malattia: vieni? Quando? Certo, caro, certo che vengo, oggi no, domani, domani vengo. E percepivo come quella semplice promessa sapesse concedergli un senso di pace. Mi parlava di sé chiedendomi consiglio, credo di essere stato l’ultimo a vederlo, perfino dopo Veltroni, Scalfari, Mancini, la Ravera, l’estrema carezza che gli regalai lo commosse. Un grande cuore, Ettore: “Tu hai un grande cuore, tu!”, mi sussurrava lui. Per parte mia, lusingato da quell’uomo grande che sapeva capire, mi ritraevo. Ora, come troppo spesso i migliori, se n’è andato. Lui, non io. Io, semplicemente, lo conoscevo a fondo. Anzi, se volete intervistarmi sto qua.

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